La storia di G.

Sono passati diversi anni, metà della mia vita, e ancora non mi sento del tutto serena a parlarne. Grazie per rendere possibili queste condivisioni.

Avevo 16 anni ed ero un’adolescente timida, ingenua, sognatrice e anche molto ignorante per quanto riguarda la sessualità. Il mio corpo si era sviluppato tanto e in fretta, avevo 16 anni, tanta ignoranza e una quarta di reggiseno sul corpo di una persona che fa tanto esercizio fisico.
Tornavo a casa da scuola, con lo zaino in spalla pensando ai fatti miei. Mi si avvicinò un tizio, chiedendomi un’informazione su un indirizzo. Dato che non sapevo i nomi delle strade, e che stavo pensando ai fatti miei, non diedi peso a quello che mi stava chiedendo, e gli dissi semplicemente che non conoscevo la zona. Solo dopo un attimo realizzai che il nome della strada che mi aveva chiesto era fittizio, ed era un’allusione molto pesante sul mio seno.
Accelerai subito il passo, pensando che avesse solo voluto fare il cretino, ma mi seguì e iniziò a raccontarmi per filo e per segno, con dovizia di particolari tutto quello che avrebbe voluto farmi e come mi avrebbe “istruita”.
Non ebbi il coraggio di girarmi a guardarlo, né tantomeno di rispondergli. Ebbi per fortuna la presenza di spirito di attaccarmi ai citofoni di un palazzo e mettermi a suonare a tutti, sperando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Lui scappò, nessuno mi volle aprire il portone non conoscendomi (d’altronde nemmeno io sapevo bene che cosa dire e per cosa chiedere aiuto, dato che non mi aveva “nemmeno” toccata), corsi a casa in lacrime.
Oggi, con il doppio degli anni di quella ragazzina timida, forse gli riderei in faccia, gliene direi altrettante e lo denuncerei. Allora, ho impiegato molto tempo e fatica e amore della mia famiglia per riprendermi.

Sono con te
7+

La storia di Beatrice: molestie in stazione

Passeggiando nella stazione di una nota località balneare, sono passata davanti a un gruppo di adolescenti rumoreggianti. Ho notato che alcuni mi osservavano, e, dopo qualche istate, ho sentito gridare alle mie spalle: “Figa! Figa, vieni qui! Figa!” E ripetere ancora quell’appellativo. “Daaai, non fare la riccona idiota…”
Sentirmi apostrofare a questo modo non mi ha scalfita minimamente, quanto, piuttosto, mi ha fatto pensare. A quanto della complessità di un individuo vada perso nell’assegnazione di una sterile etichetta. E a quanto spesso, nel caso delle donne, si tratti di un’etichetta svilente e infamante.

Sono con te
7+

La storia di S. “ci tengo a rivendicare il mio diritto a vestirmi come voglio e a usare i mezzi pubblici (per i quali pago un sostanzioso abbonamento) ogni volta che ne ho bisogno, a prescindere dall’ora o dal mio abbigliamento”

8:30 di sera, stazione dei bus. Un gruppo di ragazzi inizia a rivolgermi commenti e “inviti” sgraditi e sgradevoli, oltre che offensivi e volgari. Specifico che indossavo un top, di quelli senza bretelle, e un paio di pantaloncini molto corti, perché ci tengo a rivendicare il mio diritto a vestirmi come voglio e a usare i mezzi pubblici (per i quali pago un sostanzioso abbonamento) ogni volta che ne ho bisogno, a prescindere dall’ora o dal mio abbigliamento, senza per questo essere costretta a confrontarmi con la trasmutazione da uomo a bestia di certi individui.
Forse se non avessi dovuto svoltare in una strada isolata e se non fossimo stati in rapporto 20 a 1 (circa) avrei risposto come meritavano, ma erano tanti e mi facevano veramente paura. E poi io (purtroppo) non sono mai stata una ragazza che risponde a tono. Infatti li ho ignorati e appena girato l’angolo ho corso per l’intera via nonostante la zeppa, per timore.
Devo dire che la signora alla fermata che mentre passavo ha commentato “eh, ma anche tu, a vestirti così… che pretendi” non mi ha aiutata a sentirmi meglio.

Sono con te
19+

La storia di Andrea: “Sono stufa di avere paura, di allungare la strada di casa di km solo per passare vicino a dei lampioni, di sentirmi dire che a luglio forse è meglio se non metto gli shorts perché poi dovrò passare vicino a dei brutti bar.”

Voglio condividere la mia ultima brutta esperienza, che non è la peggiore, ma ritengo sia ben rappresentativa di questo fantastico (sentite l’ironia che vi rimbomba nelle ossa) fenomeno che è il catcalling, per dirla all’inglese.

La settimana scorsa sono andata in montagna con degli amici per il compleanno di uno di loro, abbiamo alloggiato in un complesso di casette di legno con rispettivo bar, locale etc.
Dopo una giornata passata a cucinare e mangiare, decidiamo di dividerci: mi ritrovo, in compagnia di tre mie amiche, a passare davanti al bar coi tavolini all’aperto e solo una rete e un’aiuola a dividerci dai clienti.
Non appena ci vedono passare si mettono a URLARE, letteralmente, fischiando, abbaiando e lanciandoci “”complimenti”” che preferisco non ripetere e che avrei preferito non sentire. Le mie amiche abbassano subito la testa e affrettano il passo, ridacchiando imbarazzate e infastidite, io sono l’unica che si blocca e li guarda sbigottita. Pur avendo 20 anni sembro molto più piccola e ‘sti qui avrebbero potuto essere i miei nonni, per la miseria. Vedendo che mi voltavo un attimo hanno urlato ancora di più e hanno iniziato a chiamarmi, uno ha fatto cenno di alzarsi e s’è portato una mano ai pantaloni.
Non riesco a descrivere il senso di disgusto, la rabbia che mi fa ancora sussultare e lo sconforto, sentimenti che in un weekend di relax NON avrei dovuto provare.
Non è nemmeno successo niente di che, alla fine li ho mandati a cagare (potevo non scomodarmi, hanno fatto come se non avessi aperto bocca) e sono tornata alle casette, ma non è giusto. Non è giusto che ci siano ragazze come le mie amiche che dicano cose tipo “eh ma ormai, che vuoi farci, è NORMALE” perché quei viscidi bavosi glielo fanno pensare.
Sono stufa di avere paura, di allungare la strada di casa di km solo per passare vicino a dei lampioni, di sentirmi dire che a Luglio forse è meglio se non metto gli shorts perché poi dovrò passare vicino a dei brutti bar.

Grazie per questo sito, ne avevo bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno.

Sono con te
17+

La storia di G.:”perché da quando camminare per strada facendosi i cazzi propri sarebbe un messaggio?”

Penso sia arrivato il momento di dare sfogo a ciò che da troppo condiziona il mio modo di vivere. Sono contenta almeno per adesso d’aver trovato altre donne che condividono le mie stesse esperienze, la cosa che mi crea dispiacere e sconforto è notare che non se ne parla e non si condividono le proprie esperienze abbastanza da poter spezzare quel cerchio di solitudine che ognuna pensi la circonda e che almeno personalmente stringe la gola.

Camminando in San Salvario con una mia amica siamo state malamente “approcciate” da alcuni individui in giacca e cravatta che, a un palmo dal naso, mi ha spiaccicato in faccia le sue parole “Ehi bellezza”, con quel viscido che solo un uomo può impersonificare, “dove andate, venite a farci compagnia?”, perché per essere lì in pieno giorno dovevamo essere delle puttane. Scampate a questi trogloditi attraverso la solita tecnica del “continua a camminare, fai finta che non esista nessuno e che niente ti sta accadendo attorno” , un centinaio di metri più avanti altri individui non possono far altro che esprimere il proprio giudizio, di certo non richiesto, sulla nostra apparenza e sulla nostra disponibilità.

Con l’ira che cominciava a gravarmi addosso e il solito nodo alla gola che non permette quasi un respiro e con il sentore di un attacco di panico, saliamo nel pullman, il solito e caro buon vecchio 18, dove troviamo ad accoglierci un ragazzino, cristo santo si un ragazzino, che dopo aver detto un paio di cose casuali mi afferra il braccio mentre sto per scendere e mi dice che mi avrebbe dato dei soldi, che ne aveva per pagarmi la compagnia e altre cose che non ho piu voluto ascoltare. Ha fatto la mossa di scendere alla mia stessa fermata e allora non sono scesa. Ecco, di nuovo quella sensazione, sono paralizzata, non so che fare, non so che rispondere, sono impotente sono piccola come una formica e ho bisogno di sentirmi al sicuro. Scelgo di scendere e cercare quella sicurezza nell’aula studio, lì si sta meglio. Ma è buio ed è sempre più tardi e il pensiero di dover tornare a casa, li dove un giorno no e due si qualcuno si ferma con la macchina per chiedere quanto costerebbe una “scopata veloce” e che non sembrano capire un rifiuto, mi spaventa. Ed ecco che il verme è nel cervello. L’angoscia mi assale. Mi faccio accompagnare a casa dalla telefonata con mia sorella. Dopo questo due giorni di panico. Due giorni di paranoie. Due giorni per riprendermi la vita in mano e ricominciare come se non fosse successo.

Ma qualcosa è successo. Mi sono stancata di non reagire, di non rispondere, di non azzittire questi individui che pensano di potersi prendere tutta la confidenza di questo mondo solo perché sono donna e in quanto tale a loro disposizione. Mi ritrovo a imbruttirmi per non mandare nessun messaggio. Mandare nessun messaggio? Perché da quando camminare per strada facendosi i cazzi propri sarebbe un messaggio? Sentirsi sotto assedio costante. Sguardi che ti spogliano mentre si leccano le labbra. Che schifo. Immaginano già di averti come vogliono. Il gesto di leccarsi quelle cazzo di labbra bavose. Viscidi. Quegli occhi bramosi. Ammiccano, lanciano proposte silenziose. Mi fanno sentire in un grande imbarazzo e mi fanno vergognare. Ma io sono più forte lo so. E di certo non mi fermeranno, mai. Per adesso non so COME affrontarli, non so come rispondere, ma so che devo farlo, DEVO affrontarli. Mi da anche fastidio leggere che non dovrei offendere loro in prima persona ma il loro atteggiamento. Perché devo essere io la diplomatica anche quando stanno offendendo me, perché non dovrei farli sentire a disagio o offendere , solo per paura delle ripercussioni e non per altro. Perché devo scendere a compromessi anche quando si tratta di difendermi da gente che non merita d’essere tratta coi guanti. Perché devo avere paura a meno che non abbia fatto un corso di autodifesa? Perché devo farmi accompagnare a casa da amici, a cui tra l’altro devo anche spiegare la mia paura e da cui verrò presa in giro perché “queste cose succedono a tutti, anche a noi maschi”. Perché il mio problema deve essere banalizzato quando il problema è proprio questo, non sono banalità. Se lo fossero non avrei così tante costrizioni mentali, così tante paranoie. Se fossero banalità mi sbronzerei senza quella presenza costante nella mente che mi dice “sta attenta che non si sa mai, bevi meno, non fumare, tieni gli occhi aperti”, perché solo dopo innumerevoli scuse o l’arrivo di un altro pene un tipo smette di molestarmi quando sono a ballare o a bere in un bar o al parco? Sono stufa di non poter vivere liberamente, di non potermi vivere liberamente. Si quel giorno in particolare non è successo nulla di che, ma non lo rende meno importante. Ci sono giorni in cui qualcosa è successo ma è meglio lasciarli alle spalle. Andare avanti. Non ci si può aggrappare a quello che è successo , si può solo affrontare senza rimuginarci su. Ma già solo sapere che non si è sole è un grande aiuto. Grazie per aver aperto questo blog e fondato il gruppo. Io il coraggio di affrontare questa gente ancora non l’ho trovato, o meglio non ho trovato il MODO per affrontarla.

Sono con te
38+

La storia di Alessandra: in treno a Milano

È una mattina come tante, la mattina di oggi. Come al solito, prendo il treno che mi porta a Milano, dove studio. Sono circa le 10.30 e mi trovo – come spesso accade in questi orari – in uno scompartimento al piano di sopra da sola. Poco male, penso, è da circa un anno che prendo lo stesso treno tutti i giorni ed è sempre stato tranquillo. Come tutte le mattine, quaderni alla mano, sfrutto il tempo per studiare.

Dopo una manciata di minuti, un ragazzo sale nello scompartimento. Prima, si siede a qualche metro da me. Dopo un paio di minuti, si sposta leggermente dietro, dal lato opposto rispetto al mio. Io, concentrata a leggere, non ho nemmeno visto che faccia avesse. Passano altri minuti e, con la coda dell’occhio, noto strani movimenti dalla sua parte. Mi giro e mi accorgo che il soggetto, braghe calate, si sta masturbando mentre mi fissa.

Gli urlo dietro qualcosa del tipo: “Ma cosa **** stai facendo? Ma sei cretino?”. E lui mi risponde: “Non ti piace?”. Gli urlo di andarsene. Grazie al cielo, se ne va.

Passano alcuni minuti prima che io mi renda conto di quanto è successo e decida di andare a segnalarlo. Mi dirigo verso il primo vagone e lo incontro di nuovo, semi sdraiato su un sedile appena dietro il primo vagone. Lo avviso che sto andando a segnalare la situazione al capotreno, sapendo che il convoglio non si sarebbe fermato per almeno un altro quarto d’ora. A quel punto, mi rendo anche conto che si trattava di un ragazzino, probabilmente minorenne.

Busso al capotreno e racconto l’accaduto. Fortuna vuole che, proprio al fianco della porta, siano seduti un ragazzo e una ragazza, finanzieri in borghese. Vanno a cercarlo e lo trovano. Il capotreno mi fa la descrizione che corrisponde a quel ragazzino, per poi ringraziarmi della segnalazione.

Nella sfortuna, sono stata fortunata. Fortunata per aver subito trovato appoggio e aiuto, anche se probabilmente a quel ragazzino non faranno nulla. Fortunata per aver avuto la freddezza di non fare stupidaggini e andare a segnalare tutto. Fortunata per non aver preso il treno in un orario meno ‘consono’. Ma quanto accaduto mi ha sconvolta. Com’è possibile, dico, che la gente si senta libera di fare cose di questo genere? Ma che diavolo di paese è diventato l’Italia? E, soprattutto, cosa può succedere a una donna meno fortunata di me che si trova nella stessa situazione, magari prendendo un treno di sera perché finisce di lavorare tardi? E se il ragazzino in questione portasse sul treno i suoi amichetti, cosa succederebbe?

Sono schifata. Sconvolta e schifata.

Sono con te
41+

La nostra chalkwalk a Torino!

Sabato 5 luglio siamo calate da ogni parte d’Italia per far sentire la nostra voce e parlare di molestie in strada a Torino.

Aiutate dalle fantastiche ragazze del collettivo Altereva, abbiamo lasciato i nostri messaggi nei luoghi di Torino dove abbiamo ricevuto storie di molestie – la stazione, la fermata dell’autobus, il parco. Perché lo spazio pubblico NON è neutro.

Davanti alla fermata dell’autobus, Porta Nuova, Torino

Parco del Valentino, Torino

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Piazza Castello, Torino

Piazza Castello, Torino

 

La storia di Marianna: “ma perché dovevo dirgli che avevo già un uomo per essere lasciata in pace? Ma non bastava un esplicitissimo NO?”

Recentemente mi sono successe due cose che, a mio avviso, si possono rassomigliare, anche se sono due fatti molto diversi: mi sono sentita immobilizzata. Umiliata. Manipolata, frustrata e inibita.

Una mattina ho preso l’autobus per andare a una visita con un nuovo fisioterapista. Non essendo mai stata allo studio, nel recarmi con l’autobus ho gentilmente chiesto al conducente di avvertirmi se mi avesse potuta avvertire quando fossimo arrivati nei pressi dell’ASL; lui mi ha risposto che lo avrebbe fatto, e, chiacchierando del più e del meno, l’uomo ha iniziato a farmi delle avances. Non spinte, intendiamoci, ma inequivocabilmente delle avances: ma lei è molto simpatica, ma che cosa studia, che lavoro fa, (poi, passando immediatamente al tu): ma dove abiti, cosa fai la sera, vediamoci per un caffè.

Io, inizialmente stupita, ho poi iniziato ad infastidirmi: gli ho risposto molto esplicitamente che non avevo nessuna intenzione di andarmi a prendere un caffè con lui. SENZA ESPLICARE PERO’ UN MOTIVO.

Proprio per la mancanza di una motivazione plausibile, l’uomo ha cominciato a diventare ancora più pressante: “ma perché non vuoi, ma sono tanto brutto e antipatico, ma se abiti lontano ti vengo a prendere in macchina, se lavori usciamo un sabato, e via dicendo”.

Alla fine mi sono infastidita per davvero (e ad un certo punto mi stava anche montando un po’ di panico, vista l’estenuante insistenza del conducente e visto che, all’inizio dei nostri convenevoli, gli avevo anche rivelato dove abitavo), e gli ho risposto, seccata, che la doveva smettere di importunarmi.

Il tizio ha taciuto e manco mi ha avvertita quando siamo arrivati alla mia fermata.

Durante la visita (che ho dovuto fare in ritardo grazie al nostro amico conducente), riflettevo su questo fatto: mi dicevo, cretina, ma potevo pur dirgli che ero fidanzata. Se gli avessi, da subito, rivelato l’esistenza di un compagno, non mi avrebbe fatto tutte quelle avances.

Ma subito dopo mi sono detta anche: Ma perché!?

Perché dovevo dirgli che avevo già un uomo per essere lasciata in pace? Ma non bastava un esplicitissimo NO?

Dovevo per forza dirgli che ero fidanzata, che appartenevo già a un altro, che ero già sotto la proprietà di un altro uomo, così il conducente non avrebbe mai osato chiedermi di uscire.

Proprio qui sta l’errore. Io ho volutamente omesso l’esistenza del mio ragazzo, mentre quest’uomo mi chiedeva di uscire, perché non volevo essere lasciata in pace per via del mio ragazzo: volevo essere lasciata in pace semplicemente perché LO VOLEVO, perché avevo espresso la mia volontà, perché ero stata chiara ed esplicita nel mio negarmi.

Trovo ABERRANTE che ancora, e ancora, e ancora dobbiamo essere schiave di subdoli meccanismi di questo tipo.

Sono con te
43+

La storia di Elisa: quando la scelta di chi assiste alle molestie è decisiva

La sera di Pasqua sono andata a ballare con i miei compagni di studio e non avrei mai immaginato di dover affrontare un tizio alto e largo il doppio di me.
Ero in discoteca da ormai qualche ora ed ero uscita ad accompagnare il mio migliore amico a fumare una sigaretta, il posto era parecchio isolato e ormai di fuori c’erano pochissime persone a fare la fila.
Sentii provenire da un angolo la voce di un ragazzo che diceva “dai, tranquilla, sarà tutto finito, ah ma come ti chiami?” (purtroppo non sono riuscita a capire molto perché il tizio parlava in un dialetto tedesco che non conosco) e una ragazza piangere.
Senza pensarci troppo sono corsa verso quella direzione e ho visto lei accasciata a terra con la camicetta sbottonata e lui intento a levarsi la cintura. Non sapevo cosa fare e gli ho tirato la prima cosa che mi capitò tra le mani: un sasso di circa 7-10 cm di diametro e lo colpii dritto sulla gamba destra. Lui si girò e stava cercando di venirmi incontro, lui, un omone che sarà stato sul metro e novantacinque di altezza, contro me che sarò sì e no un metro e settanta.
Era fermo davanti a me e ha sussurrato qualcosa traducibile come “p****na” e mi guardava in cagnesco.
Ero paralizzata dalla paura, non avevo idea di cosa stesse succedendo. In quel momento arrivò il mio migliore amico (anche lui un tipino parecchio ben piazzato), preoccupato. Alla vista di un altro “maschio”, il Viscido è fuggito via, abbiamo aiutato l’altra ragazza ad alzarsi e rivestirsi, lei ci ha ringraziato velocemente ed è fuggita via.
Non l’ho più rivista e non so come si chiamasse, ma mi pento di non aver spaccato la faccia a quell’essere o di non aver chiamato la polizia, chissà quanto altro male potrà aver fatto…

Sono con te
63+

La storia di Carla

Sono un’adolescente e vivo in provincia di Napoli, è da circa una settimana che conosco questo sito e leggo storie, rimanendo sempre più allibita per tutto lo schifo che subiscono le donne.
Magari starete pensando che io sia solo una ragazzina, bene, in quanto tale posso dire di essere una ragazzina che ha già subito molestie verbali e non, e vorrei condividere con voi le mie esperienze, che nessuno conosce.
L’anno scorso fu la prima volta in cui presi il treno, ero diretta a Napoli, ed ero sola con mio fratello.
A un tratto mio fratello si alzò perché vide un amico e andò a parlare con lui, lasciandomi da sola.
Mi si avvicinarono immediatamente tre adulti, e iniziano a importunarmi con domande del tipo “hei bella, come ti chiami? di dove sei? dove vai? sei sola?”.
Sono sempre stata una ragazza che risponde alle “provocazioni”, ma in quel momento non seppi che fare, così stetti zitta e subii, non riuscii neppure a chiamare mio fratello. Cominciarono a sfiorarmi le gambe e a lanciarmi occhiate maliziose. Nessuno intervenne.
Per fortuna arrivò mio fratello con l’amico e quei tre andarono via.
Da quel momento soffro si una specie di “fobia sociale”, in quanto non esco più di casa e se lo faccio sono in costante ansia e preoccupazione.
Se una persona mi guarda anche un secondo in più comincio a spaventarmi e potrei finire in una crisi di pianto.
Quando in questo anno andavo a scuola, mi guardavo costantemente le spalle, nonostante la scuola fosse distante solo due minuti da casa mia.
Ormai sono diffidente da tutti e mi sento molestata interiormente e impotente in qualsiasi momento, è difficile non pensare a quello che mi accadde.

Sono con te
41+

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