La storia di Francesca: “Lasciatemi essere libera di viaggiare sui treni”

Sono tre anni che studio a Verona e da pendolare me ne sono successe di tutti i colori. Quando le racconto metà delle persone crede io stia “esagerando”, l’altra metà mi risponde “è ovvio, viaggi da sola in treno tra due regioni, fai orari improbabili (se partire tra le 6 e le 9 di mattina e tornare massimo alle 20 sono orari improbabili) come puoi pensare che non ti capitino ste cose? trovati della compagnia”.
Ma io ricordo tutto. Anche la voglia di mollare tutto, università compresa, che a volte mi viene, insieme allo sconforto, quando mi capitano certe cose.
Ricordo il tizio che mi rincorreva in stazione a Brescia e il mio panico così evidente da far accorgere e intervenire la Polfer (tra la noncuranza di tutti gli altri passeggeri intorno a me, in attesa del mio stesso treno). E quello che, dopo avermi chiesto informazioni sui treni e dopo la mia risposta cortese e l’avergli dato informazioni come faccio spesso con altre persone non abituate come me a viaggiare con i treni, ha iniziato a toccarmi il braccio, la spalla e i fianchi e a chiedermi se fossi fidanzata perché lui voleva che uscissimo insieme una volta “ah ma è impossibile che tutte le ragazze belle italiane siano fidanzate, non ci credo”. E quello che mentre leggevo in treno mi fissava dritta negli occhi e si toccava le cosce. Oppure quel vecchio con gli shorts di jeans, molto molto corti, talmente corti che dal lato sbucava il suo pene. E facendogli capire di “sistemarsi” mi ha sorriso come se gli facesse piacere che l’avessi (per mia immensa sfortuna e con grande schifo) notato. O ancora, quello che ieri, in mezzo alla strada, mentre camminavo sotto il sole con un’amica verso la stazione, mi ha urlato “SIGNORINA!!!!”; spaventata mi sono girata di scatto e lui, commentando i miei vestiti estivi mi manda un bacio. Il fatto che io, soffrendo molto per il caldo, indossi una canottiera senza spalline non è un invito a importunarmi, commentare o mandarmi baci.
Oppure quello seduto davanti a me sul treno che, interrompendomi dalla lettura, mi chiede se la scritta che ho sulla spalla, che sbucava “per colpa” di una canottiera, me la fossi fatta io con un pennarello oppure fosse un tatuaggio. Questo pretesto per chiedermi, senza mia risposta ma lasciandogli fare un infinito monologo, dove abitassi perché ero molto bella, ma lui abitava a Lecco e quindi ci saremmo dovuti trovare a metà strada e vederci. E infine quei due con divisa militare che, alle sei di mattina mentre facevo i quiz in preparazione all’esame della patente, continuavano a interrompermi facendo battutine, ridendo e urlandosi “smettila dai! non vedi che disturbiamo questa bella ragazza. vedi come è intenta a studiare. e lasciala stare”.
Sì, appunto. Lasciatemi stare.
Lasciatemi essere libera di viaggiare sui treni.
Lasciatemi tranquilla, come avete diritto voi a dormire, studiare, ascoltare la musica, avere un viaggio tranquillo e sereno, ce l’ho pure io.
Il fatto che io prenda un treno o qualsiasi altro mezzo pubblico da sola non significa che tu debba a tutti costi sentirti in diritto di tenermi compagnia, importunarmi, disturbarmi o fare commenti inappropriati.
Non te l’ho chiesto, non ne ho bisogno.

Sono con te
7+

La storia di V: “Scrivo queste cose perché da allora non mi sento più libera”

Una sera di più di un anno fa, dopo 9 estenuanti ore di lavoro in università, tornando a casa mi siedo su uno di quei (s)comodi seggiolini arancioni sulla 92, persa tra i miei pensieri. Ci vuole un’ora abbondante per tornare a casa e inizio, come sempre, a rilassarmi e a riflettere sul lavoro e sulla serata.
Ad un certo punto sento qualcosa che mi sfiora la nuca, porto il caschetto, ma quando mi giro vedo solo un giornale e il volto intento a leggere del vecchietto dall’aria tranquilla seduto dietro di me.
Mi giro e mi riperdo nei miei pensieri. Di nuovo quella sensazione. Mi rigiro ma niente. Attribuisco la colpa alle pagine leggere del giornale.
Mi giro e mi riperdo nei miei pensieri, mando qualche sms, guardo la città dal finestrino.
Ad un certo punto però sento qualcosa che non può essere una pagina di giornale.
Le sue dita salgono sulla mia schiena e arrivano al reggiseno, lo prendono e lo tirano verso il basso, solo la mia leggera polo a separare. Mi sposto in avanti di scatto. Sono terrorizzata. Apro la bocca ma non ho la forza di urlare, non ho la forza neppure di muovermi, alzarmi, girarmi. Senza forze fisso il pavimento, seduta in punta sul sedile. Non lo guardo in faccia, solo di sfuggita per ricordare com’è vestito e scendo dall’autobus. Nessuno è con me, chissà se qualcuno ha notato qualcosa, mi sento molto sola.
Chiamo i carabinieri della zona e spiego la situazione. Mi dicono di chiamare un’altra zona, dove c’è il deposito dell’autobus. Mi dicono che siccome non abito a Milano devo fare la denuncia presso i carabinieri del mio paese. Due giorni dopo mi viene spiegato che non sono abbastanza dettagliata per poter sporgere denuncia.
Sì, mi sembra che avesse i baffi bianchi. No, non aveva nessun segno particolare, indossava una giacca grigia. Però posso dire che aveva le mani fredde, le dita lunghe e sottili e l’unghia del dito indice sbeccata. No, non aveva il bastone. Erano le 18.15. Era ancora sull’autobus quando sono scesa.
Niente, non è abbastanza quello che dico.
“Sarebbe inutile, capisci?”
Avete mai notato che i sedili degli autobus a Milano non sono attaccati alla parete? C’è uno spazietto in cui passa giusto una mano. Avete mai notato che il poggiatesta è una sbarra rotonda che lascia passare giusto qualche dito?
È passato più di un anno eppure ogni volta che salgo su un mezzo pubblico guardo molto bene chi è seduto dietro di me.

Scrivo queste cose perché non sono inutili.
Scrivo perché mi sono sentita una vittima.
Scrivo perché da allora non mi sento più libera.

Sono con te
10+

Un corto contro le molestie in strada


“D….e”: un corto che parla di molestie in strada, realizzato da una regista italiana. Un video d’impatto con un finale a sorpresa, una carellata sui ‘complimenti’ che le donne hanno sentito almeno una volta nella loro vita.
Sirka Cristina Capone è una regista che indaga il mondo dell’espressione creativa non solo attraverso audiovisivi, documentari e cortometraggi ma anche spaziando tra video art, mostre fotografiche e performance live.

È costantemente alla ricerca di collaborazioni per nuovi progetti artistici, come quello con Carlina Benvenuti, cabarettista di Livorno, da cui è nata la proposta di “Dhé lell world – cozze e lesbiche veraci”.  La puntata pilota della parodia comica della famosa serie televisiva americana “The L word”, e delle sue protagoniste, è online sul sito di crowdfunding Produzioni dal basso, alla ricerca sia di contributi finanziari sia di proposte e idee per le prossime puntate.

Tra i suoi film segnaliamo, oltre a “D….e”, “Walking the land”, “A lesbian western”, “Effecto mariposa”.

La storia di Elisa

Stavo aspettando il pullman per andare a casa di un’amica. Ero alla fermata situata all’uscita della stazione Lingotto, a Torino, quindi un luogo sempre frequentato, ancor di piu’ visto сhe era l’ora di punta.
A un certo punto nella corsia riservata agli autobus si intromette un’auto. Rallenta e si abbassa il finestrino. Il ragazzo dal lato del passeggero si sporge e, guardandomi negli occhi, simula un pompino con la bocca. Poi si mette a ridere con l’amico alla guida.
Io rimango pietrificata e, prima сhe riesca a riprendermi, la macchina si è già dileguata.
Mi son promessa сhe se mai mi fosse ricapitato, avrei iniziato a urlare. Magari non gli causerà nessun senso di colpa, ma almeno servirà ai passanti per accorgersi delle sue molestie. E io non mi sentirò più vittima.

Sono con te
20+

La nostra #ChalkWalk a Milano

Alcun* di noi sanno, non importa chi siamo o da dove veniamo, che il semplice atto di camminare in uno spazio pubblico può diventare inquietante in ogni momento. Siamo state seguite, insultate, molestate o anche aggredite da persone che fanno quello che fanno perché pensano che le strade non ci appartengano. Si sbagliano, perché le strade sono di tutti.

Questa è la settimana internazionale contro le molestie in strada. Hollaback Italia è andata per le strade di Milano a lasciare dei messaggi ai passanti con i gessetti su quei marciapiedi dove passiamo tutti i giorni. Dove siamo state molestate. In inglese si chiama Chalk Walk.

Con la Chalk Walk vogliamo le strade per noi, vogliamo la nostra libertà di vivere lo spazio pubblico.
Con la Chalk Walk diciamo al mondo “Ho il diritto di essere qui. Di essere me stess*. Di camminare come, dove e quando voglio.”

La prossima volta che esci per strada porta con te un gessetto. Scrivi un messaggio alla persona che ha cercato (ma non ci è riuscita!) di farti passare la voglia di camminare per strada. Mandaci la tua foto a italia@ihollaback.org o condividila con noi su Facebook o Twitter, con l’hashtag #chalkwalk

Facciamo la Chalk Walk contro le molestie in strada, il sessimo, il razzismo, l’omofobia e la violenza di genere!

Sono stata molestata qui IMG_20130407_174353I tuoi commenti non sono complimentiPossiamo fermare le molestie in strada

La storia di Patrizia: “ma devi proprio dire ad alta voce quello che pensi nella tua testa un po’ perversa?”

Ero in ritardo a lezione e correvo verso l’università. All’ultimo semaforo, ormai col fiatone, scatto al verde sulle strisce pedonali e a metà incrocio un tipo piccoletto, in giacca e cravatta e valigetta, faccia seria da capo al colloquio di assunzione. Ha pronunciato la parola “tettona” senza cambiare espressione, quasi che quello che pensava si fosse sentito senza che lui ci avesse messo della volontà, come la cosa più naturale e inevitabile del mondo.
Io ho frenato la mia corsa, un po’ sbigottita, un po’ incredula. Non sono affatto tettona. Probabilmente, malgrado il reggiseno e la maglietta verde non attillata ma larga, qualcosa sobbalzava per la corsa. Ma accidenti, devi proprio dire ad alta voce quello che pensi nella tua testa un po’ perversa? Però ero di fretta. Non mi son girata a dirglielo, ho riso. Un riso nervoso, di chi non è stata trattata come una persona ma come un pezzo di carne, quel pezzo, le tette appunto. Poi ho ripreso a correre.

Sono con te
22+

La storia di Erika: nemmeno il caldo ferma le molestie

Fine luglio, periodo di saldi. Passeggiavo con una collega e la mia conquilina per via Torino, guardando le vetrine e sulla via per andare a lavoro. Faceva un caldo bestiale e avevo un vestitino dei miei, super colorato, le mie infradito piene di strass e le mie cartelle di lavoro in mano. Siamo passate davanti a un bar dove due uomini fumavano. I loro sguardi son caduti su di me e sul mio vestito (strano, non sulle infradito luccicose!).

“Bel vestito eh!”. Commento accompagnato da un approfondita radiografia alla mia persona, e al mio seno.
Non sono riuscita a cogliere il valore del commento stilistico, ma in compenso mi sono sentita molto turbata dalla cosa.

Sono con te
20+

La storia di Marina

La storia è di diversi anni fa ma è un episodio che non dimentico.
Era settembre di domenica era mattino molto presto circa le 6. Dovevo andare a prendere il treno per Trento per andare in giornata a trovare una zia ed ero alla fermata della 74 ad aspettare l’autobus. Arriva un uomo e si mette al mio fianco. Ad un certo punto sento dei rumori strani che non capisco, mi giro a guardarlo e mi accorgo che si sta masturbando. Rimango basita e spaventata non so cosa fare. Tornare a casa? avevo paura che mi venisse dietro e scoprisse così dove abitavo per cui iniziai a correre verso viale Cassala. Avevo nella borsa i ferri per un lavoro a maglia che stavo facendo e mentre correvo pensavo che all’occorrenza avrei potuto infilargli un ago in pancia.
Sono passati veramente tanti anni ma la sensazione di sporco e paura mi è rimasta addosso e non sono mai serena a prendere i mezzi pubblici specialmente in certi orari

Sono con te
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Milano: seconda prova della coreografia di One Billion Rising sabato 9

Dopo aver ballato, saltato e riso molto sabato scorso, abbiamo deciso di replicare le prove: ci troviamo oggi alle 18.30 sempre all’Alveare, in via della Ferrera 8.

Vi aspettiamo!

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Alice

Erano le 19.30 di giovedì 31 Gennaio.
Mi stavo recando all’hotel Sheraton per fare un aperitivo con un amico.
Conoscendo ormai Milano e la gente che la frequenta, ho aspettato il mio amico in macchina fino a quando ha parcheggiato anche lui e mi sono spostata davanti all’ingresso dell’hotel per attenderlo.
In quei 5 minuti di attesa tre giovani sono passati davanti a me. Si sono fermati per qualche minuto continuando a farmi complimenti volgari sul mio aspetto. Dopo qualche minuto, stufa dell’insistenza, ho reagito con un semplice gesto per invitarli ad andarsene scaturendo in loro una ira mai vista nei miei confronti. Il più loquace dei tre ha cominciato a corrermi in contro urlandomi parolacce. Non appena ho realizzato le sue intenzioni sono corsa dalla parte opposta lascandoli alle mie spalle. L’aggressore, vedendo che mi stavo dirigendo verso l’entrata dell’albergo, mi ha tirato addosso una lattina piena di birra, bagnandomi completamente la schiena. Tutti i passanti, nell’ora di punta erano tanti, non hanno reagito per nulla passando a loro volta davanti a me senza nemmeno dire una parola.

Sono con te
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