La storia di Celine da Roma: molestie in discoteca

Mi è capitato recentemente di accompagnare una mia amica a una serata in un locale con l’intenzione di trascorrere un pò di tempo insieme e ballare. Era la prima volta che andavo in questo luogo e non avevo idea di come fosse; ero vestita in maniera molto semplice dato il caldo e la voglia di stare comoda, e così anche la mia amica. Tuttavia, durante la serata, diverse volte mi è capitato di essere stata insistentemente palpata e accerchiata da gruppi di ragazzi che hanno provato in maniera anche aggressiva di cercare di ballare con me, trattenendomi per un braccio se provavo ad allontanarmi. Capisco che di per sè l’ambiente delle discoteche è rinomato per il pullulare di ragazzi pieni di secondi fini e maniere poco gradevoli, tuttavia mai nella vita mi era capitato di trovarmi in situazioni dove degli estranei si sono dimostrati così invadenti nei miei confronti. Essere cincondata da cinque ragazzi che vogliono metterti le mani addosso non è affatto rassicurante, neanche se avviene in mezzo a una calca di persone, e vorrei potermi sentire libera di andare a ballare con una o più amiche senza rischiare di vedermi mettere le mani addosso da perfetti sconosciuti che si offendono pure se non ti dimostri disponibile…

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14+

La storia di Valentina da Mestre

Camminavo, sento dietro una bici che mi segue (sarò paranoica eh), mi si avvicina un uomo e mi dice “scusa. Ci prendiamo un caffè?”.
Per carità non lo considero un episodio grave, ma solo uno da registrare tra tutti quelli che mi accadono in una grande città.

Sono con te
14+

La storia di Arianna: molestie dai vigili

Buongiorno amic*, volevo raccontarvi molto in breve cosa mi è successo questa mattina. Non si tratta di una molestia verbale o fisica, ma mi ha fatto rimanere comunque male. Stavo camminando per le vie del centro e avevo dei calzoncini molto corti. Non so voi, ma nella mia regione fa un caldo che non si respira. Comunque, passo davanti al Comune e ci sono fuori due vigili. Come sono passata loro di fianco ho sentito gli sguardi posarsi sulle mie gambe, sguardi che sono continuati per diversi secondi anche mentre mi allontanavo. E io conosco bene quegli sguardi. Sono gli stessi di quegli uomini flaccidi che siedono tutto il giorno fuori dal bar e che quando passo in bicicletta mi gridano “belle gambe!”.
Poi una non si deve stupire se le denunce per molestie non vengono prese sul serio…
Vi è mai successo? Sguardi di vigili, carabinieri, insomma, di chi deve proteggerci?

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19+

La storia di R. da Roma: molestata tornando dalla scuola media

Ho solo 13 anni e la molestia in questione è avvenuta mentre tornavo a casa da scuola il 18 giugno.
Abito molto vicino alla mia scuola e avevo chiesto ai miei genitori di poter tornare a casa a piedi dopo aver svolto le prove scritte degli esami di terza media quella settimana. Dopo averli pregati per alcuni giorni, loro finalmente acconsentono. Io ero contentissima perché conoscevo bene quel tragitto (lo avevo già percorso da sola) e perché camminare ascoltando la musica mi rilassa molto. I primi due giorni vanno benissimo. Riesco a percorrere 1 km in poco tempo e sono subito a casa a studiare per la prova scritta del giorno dopo. Il terzo giorno di esami mi metto le cuffie e mi dirigo immediatamente verso casa ascoltando la musica. Era una mattinata tranquilla e soleggiata, ma c’erano più macchine che persone a piedi in giro. Dopo aver camminato per circa 400 metri in assoluta tranquillità, sento un rumore di clacson piuttosto forte. Accade tutto in un attimo. Il clacson sovrasta il suono della musica che ho nelle orecchie, io vengo incuriosito da esso e mi giro verso la strada. Dentro una macchina blu c’è un uomo che mi manda un bacio e mi sorride, poi mi mostra la lingua e se ne va nella strada opposta a dove stavo camminando. Lì per lì non capisco ciò che era appena successo e proseguo tranquilla. Ma dopo pochi secondi capisco di aver appena subito una molestia. Dopo qualche minuto di camminata mi siedo su una panchina e elaboro mentalmente ciò che è appena accaduto per poi riprendere a camminare. Arrivo a casa e continuo a pensarci. Il giorno dopo chiedo a mio nonno se può venire lui a prendermi perché dico che non mi va più di camminare verso casa, preferisco la macchina.
È passato quasi un mese. Gli esami sono finiti e io non penso quasi mai all’accaduto. Non ho detto a nessuno di ciò che è successo. Ho intorno a me persone molto chiuse che probabilmente mi convincerebbero che è stato solo un complimento di un signore che mi trovava carina. Peccato che per me non è e non sarà mai un complimento.

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33+

La storia di anonima da Milano: molestie a 13 anni

Avevo massimo 13 anni, stavo andando in oratorio con una mia amica (coetanea) come facevamo spesso il pomeriggio in quel periodo.
Camminavamo tranquillamente quando abbiamo visto un tizio in una macchina parcheggiata che si masturbava facendoci vedere il pene e sorridendoci in modo viscido. Abbiamo ovviamente distolto lo sguardo e affrettato il passo, forse iniziando anche a correre.
Ripeto, non avevo più di tredici anni (e nessuna di noi due ne dimostrava di più) ed era pomeriggio. Fortunatamente non è successo nient’altro, ma per giorni non mi sono sentita a mio agio quando camminavo per la strada e c’era qualche uomo adulto intorno. Non ne ho parlato con i miei genitori perché me ne vergognavo, e immagino che nemmeno l’altra ragazza ne abbia mai parlato con qualcuno.
Non riesco davvero a capire come si possa fare una cosa del genere a una persona, in particolare a delle bambine.

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28+

La storia di Anonima da Torino: “naturalmente il modo in cui è vestita la persona molestata non conta nulla, e lo dimostra il fatto che io portavo un cappotto fino alle ginocchia”.

Stavo cercando un negozio nei pressi di Piazza Statuto. Erano le sei di sera, quindi c’era ancora un po’ di luce e pensavo di non aver motivo di preoccuparmi. Mi è già capitato di essere apostrofata da sconosciuti molto più grandi di me in quella zona, ma fino ad allora si erano limitati a frasi come “ciao bella signorina”, “dove stai andando” e cose simili. Fastidiose, insomma, ma nulla di che.
Ho incrociato dapprima un uomo solo, che camminava nella direzione opposta alla mia e ha fischiato al mio passaggio. Quando mi ha sorpassata mi sono voltata verso di lui e, vedendo che anche lui mi stava guardando, gli ho lanciato un’occhiata piena di disprezzo. Poi ho continuato a camminare.
Già leggermente infastidita, ho incrociato due ragazzi che hanno fischiato e mi hanno detto qualche parola. Mi sono voltata per insultarli, ma ho notato che il primo uomo aveva cambiato senso di marcia e mi stava seguendo. Ho iniziato a essere leggermente inquieta, ma ho fatto finta di nulla. Ho imboccato una via laterale, credendo fosse quella che portava al negozio, ma poi ho scoperto di averla sbagliata: allora ho visto l’uomo che mi aspettava sulla strada principale. Era fermo davanti alle strisce pedonali e guardava me. Costretta a passare proprio di lì, ho accelerato il passo e tentato di passargli il più lontano possibile. Allora ha iniziato a dire “vieni qui, bella, devo parlarti”; “fermati, voglio dirti una cosa”; e ha tentato di afferrarmi un braccio, ma l’ho fortunatamente scansato. Dato l’orario e il clima invernale eravamo soli su quella via. Ho continuato a camminare nonostante lui continuasse a seguirmi e a chiedermi di parlare con lui, e ho finalmente trovato la via laterale che portava al negozio. Sono corsa all’interno e, una volta uscita, lui non c’era più.
Quando ho raccontato la storia ad alcuni conoscenti mi hanno risposto, più o meno scherzosamente, di vestirmi di più. Naturalmente il modo in cui è vestita la persona molestata non conta nulla, e lo dimostra il fatto che io portavo un cappotto fino alle ginocchia.

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21+

La storia di Elisa da Pisa

Ero stata appena lasciata dal mio ex ragazzo e piangevo sulle scale della cattedrale, ovviamente distrutta dopo una lunga litigata.
Arriva questo uomo, che mi chiede come mai piango e se va tutto bene.
Io con gentilezza rispondo che è tutto a posto e non si deve preoccupare e riabbasso lo sguardo, ripensando al litigio.
Quando lo rialzo lo ritrovo lì, nella stessa identica posizione, a guardarmi, poi si siede vicino a me, e io mi allontano.
Inizia ad attaccare bottone, parlandomi della sua vita, di quanto è solo, dei suoi interessi, io rispondevo a monosillabi, sperando che se ne andasse, che capisse che ero a disagio; non avevo voglia di arrabbiarmi, ero stanca e veramente molto triste.
A un certo punto gli dico che devo andare, e lui insisteva con il dirmi che mi avrebbe riaccompagnato a casa (certo…), che la sua macchina era lì vicino.
Io gli dico di no per l’ennesima volta, e impaurita inizio ad avviarmi verso il centro.
Noto che non mi segue, rimane lì in piedi, allora io mi tranquillizzo e continuo per la mia strada.
Per risollevarmi il morale decido di prendermi un gelato e quando esco dalla gelateria lo ritrovo, mi chiede che gusti ho preso e io non gli rispondo, a quel punto cerca di avvicinarsi e allora io rientro in gelateria e dico alla donna che mi aveva appena venduto il gelato che quell’uomo mi stava disturbando.
Lei lo intima di andare via, che avrebbe chiamato la polizia e lui allora fa il finto tonto, dicendo che non è vero, che è mio zio e altre cazzate.
La donna fa per alzare la cornetta e allora lui se ne va.
Io rimango per più di un ora in quella gelateria per esser sicura che se ne sia andato sul serio e poi torno a casa.
Fortunatamente era giorno, ed ero nelle vie principali…

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26+

La storia di Nina: molestie omofobiche a Roma

Questa storia risale a una notte di un’estate passata. Ero in macchina con la mia ragazza, non so nemmeno se stavamo ancora insieme in modo ufficiale: eravamo felici e innamorate e tornavamo a casa dopo una festa. Ci tenevamo la mano sulla leva del cambio e ci baciavamo ai semafori come fanno tutte le coppie innamorate.
A un certo punto, abbiamo sentito un clacson, eppure il semaforo era ancora rosso: ci si è affiancata una macchina di ragazzetti mezzi sbronzi che ci avevano sicuramente viste baciarci. Hanno iniziato a cercare di attirare l’attenzione, gridando qualcosa a finestrini aperti. Hanno suonato, sfanalato, e ci hanno seguite per un bel pezzo. Eravamo quasi arrivate, ma abbiamo cambiato strada e fatto un paio di giri fino a quando non si sono stancati e se ne sono andati.
È bruttissimo non sentirsi al sicuro neanche nella propria macchina!

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38+

La storia di Giulia: molestie in strada a Roma

Ho 23 anni. Tipico quartiere residenziale di Roma, dove la domenica alle 15.00 circa non c’è nessuno per strada.
Dovevo raggiungere un cinema a circa 30 minuti di autobus, dove mi aspettava il mio ragazzo. Ovviamente l’autobus non passa. Allora comincio a camminare, magari per prendere un altro autobus poco lontano.
Cammino velocemente e raggiungo un incrocio.
Dall’angolo alla mia sinistra spunta un uomo, ma era verde per me, quindi ho continuato a camminare, avvicinandomi alle strisce per poi attraversare.
L’uomo mi supera e decide di attaccare bottone come al solito. Fa in tempo a dirmi “Ciao bellissima”, che allunga una mano, piegandosi verso di me. Non rallento ma giro la testa e la vedo, la mano, a pochi centimetri da me.
Non mi ha toccata, non ha fatto in tempo perché non mi sono fermata, ho continuato a camminare. Anche quando lui era lontano, ho camminato.

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30+

La storia di Anonima da Milano: ” mi chiedo perché il mio rifiuto abbia avuto così poco valore e perché un uomo si sia preso la libertà di ignorarlo, di anteporre i suoi desideri ai miei.”

Erano le dieci di sera e stavo tornando a casa in metropolitana dopo un aperitivo con i miei amici.
La serata era stata molto divertente, avevo bevuto un paio di drink e avevo deciso di non chiamare un taxi dato che in giro c’era ancora tanta gente e non mi sembrava fosse tardi.
Mentre scribacchiavo tutta contenta una serie di messaggi mi sono accorta che un tizio sui trent’anni, seduto accanto a me, continuava a lanciare occhiate insistenti allo schermo del mio cellulare; ho fatto finta di nulla e ho pensato che fosse solo un ficcanaso, anche se la cosa mi infastidiva parecchio.
Improvvisamente ha attaccato bottone, con una frase del tipo “eh, vedo che anche tu sempre a chattare”; gli ho rivolto un sorrisino stitico, ho risposto “eh sì” a mezza voce e mi sono affrettata a riportare lo sguardo sul telefono, ignorandolo completamente.
La scena si è ripetuta altre due o tre volte, e mentre gli indirizzavo l’ennesimo monosillabo senza nemmeno guardarlo ho iniziato a sperare che il viaggio finisse presto. Mi chiedevo come facesse a non capire che non avevo assolutamente voglia di parlare con lui, che il suo atteggiamento era davvero fuori luogo… ho contato le fermate, finalmente è arrivata la mia e mi sono affrettata a scendere.
Il senso di libertà che ho provato, però, si è spento immediatamente, dato che il tipo in questione mi ha seguita dicendo che, nonostante quella non fosse la sua fermata, voleva scendere con me così “possiamo fare un pezzo di strada insieme”.
Avrei voluto dirgli che non mi andava di fare la strada con lui, che volevo essere lasciata in pace e tornarmene a casa, che le sue attenzioni mi mettevano a disagio… ma ero da sola e non me la sono sentita. Mi ripetevo che in fondo era solo un pezzetto, che mancava poco e sarei stata tranquilla nel mio letto, che non mi avrebbe importunata troppo a lungo.
Mi sono informata su dove abitasse, e ho preso la strada che mi avrebbe permesso -nel minor tempo possibile- di separarmi da lui.
In giro non c’era nessuno, e mentre camminavamo continuava a chiedermi chi sono, cosa faccio nella vita, se sono fidanzata; alle mie risposte vaghe replicava ostentando determinati guadagni sul lavoro, modelli x di automobili in suo possesso e cose di cui non mi importava minimamente, ma che probabilmente avrebbero dovuto rendermi più disponibile.
Siamo arrivati a un incrocio, io sarei dovuta proseguire diritta e lui avrebbe dovuto prendere un’altra strada; con un sorriso (finalmente!) davvero allegro l’ho ringraziato (!) per avermi accompagnata fin lì, gli ho indicato quale fosse la strada più breve per tornare a casa sua e gli ho detto di essere quasi arrivata, che non si disturbasse oltre.
Ho iniziato ad avvertire una certa angoscia, perché nonostante continuassi a ripetere che non desideravo proseguire oltre si è fatto insistente, categorico: doveva accompagnarmi fino alla porta di casa.
Io non ero completamente lucida, e ho finito per cedere; mentre mi avvicinavo a casa pensavo a come potessi fare per farlo andare via, per non fargli vedere dove abito… avrei solo voluto che mi lasciasse in pace, che capisse che un rifiuto è un rifiuto, anche se è formulato con educazione. Anche se avessi voluto mettermi a urlare, comunque, non ci sarebbe stato nessuno ad aiutarmi; io non ero nelle condizioni di reagire in maniera adeguata e ho preferito comportarmi in modo accomodante, per limitare i danni.
Dopo un tempo che mi è sembrato infinito ho raggiunto la porta di casa. Non ho fatto nemmeno in tempo a tirare fuori le chiavi che ha iniziato a chiedermi il numero di telefono per risentirci e magari uscire nei giorni seguenti… io ero esasperata, gli ho dato un numero falso e ho provato a liquidarlo.
Non si è fidato, mi ha fatto subito uno squillo e ha visto che il numero era sbagliato; lì mi ha guardata con il sorrisetto di chi stia sgridando una bambina monella e me lo ha chiesto di nuovo, stavolta con più insistenza.
Io a quel punto non sapevo più cosa fare, l’unica cosa che volevo era che se ne andasse e che mi lasciasse entrare in casa mia; gli ha dato quindi il numero di telefono, stavolta quello giusto, mi sono congedata e ho iniziato ad aprire la porta.
Ciliegina sulla torta: voleva salutarmi con un bacio. Ho stretto i denti, ho schivato le sue labbra e gli ho mollato due bei baci sulle guance; grazie al cielo è sembrato soddisfatto, e mi ha lasciata andare con la promessa di scrivermi presto.
Ora, so che in fondo non è successo niente; c’è chi direbbe che anzi, lui è stato molto gentile ad accompagnare una ragazza sola fino a casa, allungando la strada. Molto gentile anche quando, nella settimana seguente, mi ha mandato diversi messaggi al giorno nonostante gli abbia risposto -una volta sola- spiegandogli che ho già un ragazzo.
Io mi sono sentita in trappola, obbligata a subire la compagnia di una persona, chiaramente mossa da un secondo fine, con cui non volevo avere a che fare; mi chiedo perché il mio rifiuto abbia avuto così poco valore e perché un uomo si sia preso la libertà di ignorarlo, di anteporre i suoi desideri ai miei.
Di sicuro da quella volta parlare con uno sconosciuto per strada, fosse anche solo un turista che mi chiede informazioni, mi mette una certa ansia; fingo di essere concentrata ad ascoltare la musica con le cuffiette, anche se spesso le tengo su senza nemmeno accendere l’mp3.
Sto molto più sulla difensiva, in definitiva, mi trattengo dal sorridere in qualsiasi modo ed evito ad ogni costo il contatto visivo con chicchessia.

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