La storia di Giulia da Bologna: “ho subito violenza in silenzio e ora sono stufa”

Mi chiamo Giulia, ho quasi 21 anni e ogni giorno subisco violenza.
Ho subito violenza quando nei venti minuti che separano casa mia dal centro sono stata seguita da un uomo che si fermava dove mi fermavo io e mi avvicinava con le scuse più banali;
ho subito violenza ieri sera, quando uno sconosciuto mi ha toccata quel centimetro di fianco che sporgeva dalla maglietta e a suo dire era colpa mia che l’avevo messo in mostra;
ho subito violenza ogni volta che qualcuno ha cercato di comprare il mio corpo con un drink;
ho subito violenza ogni volta che la gente mi ha chiesto quanto mi prendo;
ho subito violenza quando mi è stato detto: “Non puoi pretendere che con quei capelli rossi e quel rossetto la gente non ti prenda per troia.”;
ho subito violenza ogni volta che qualcuno mi ha avvicinata con la macchina costringendomi quasi a salire con lui;
ho subito violenza ogni volta che ho dovuto scegliere di tornare a casa in taxi la notte piuttosto che fare una passeggiata a piedi per paura di quello che potesse succedere;
ho subito violenza ogni volta che ho taciuto quando sono stata palpata in luoghi pubblici per paura della reazione dell’altro;
ho subito violenza in silenzio e ora sono stufa.
Mi chiamo Giulia, ho quasi 21 anni e voglio essere libera di passeggiare a piedi per la mia città senza essere disturbata.
Perché la violenza, cari uomini, è anche questa.

La storia di Giada: molestie senza fine sui mezzi pubblici a Milano

Scrivo per sfogarmi perché sinceramente non ne posso più. Ormai non passa giorno che io prenda i mezzi (treno, metro) senza subire una molestia. Ne potrei raccontare da scrivere un papiro fra tutte quelle successe negli ultimi anni.

L’ultima oggi sulle scale mobili all’uscita dalla metro: sono ferma su un gradino e sento distintamente due dita all’altezza del mio sedere, mi giro d’istinto e ho dietro un energumeno (ma lo definirei molto peggio) che mi fissa come se fossi pazza, mi supera poi e continua a fissarmi fra il lascivo e il ‘la pazza sei tu’, no io so benissimo ciò che ho sentito, tant’è che mi sono messa di scatto a salire le scale sbuffando sonoramente (fosse stato più palese l’avrei insultato, come mi è già purtroppo capitato di fare, ma fra l’occhiataccia e il resto lo schifoso aveva già capito benissimo).

Nelle ultime due settimane mi è capitato che puntualmente a treno vuoto un uomo decidesse proprio di sedersi nei miei posti posti a quattro, già iniziando palesemente e con spaventosa arroganza a fissarmi mentre poggia borsa e quant’altro, tempo trenta secondi mi alzo e mi sposto (dati i precedenti approcci insistenti che sono seguiti nei casi in cui non l’ho fatto, o se non questo i quaranta minuti di treno con uno che mi fissa sono garantiti). E questo non succede quella volta ogni tanto, ma otto volte su dieci, alle volte la stessa persona di turno che aspettava con me sulla banchina che già aveva iniziato bellamente a fissarmi (arrivando persino a spostare un cartone di the abbandonato da chissà chi sul sedile davanti al mio, pur di sedersi li! con il treno semivuoto e tantissimi altri posti a vista vuoti).

In metro toccatine varie, approcci improbabili ‘come ti chiami? Sei italiana, ma sai che sei proprio affascinante’ e via al corteo delle pacchianate; da notare quasi sempre da uomini di mezza età, io sono ventiquattrenne, che al mio no non se ne vanno, e la gente che naturalmente fa sempre puntualmente finta di niente. La più esilarante io in una piazza affollata osservo dei fumetti a un’edicola, arriva il demente di turno che si prodiga nella sfilza di domande abituali e che al mio no ripetuto e vari ‘non mi interessa’ resta lì, me ne vado dall’edicola e questo mi segue, allora mi giro e gli dico ad alta voce un sonoro no e solo allora sento un uomo che gli fa ‘dai lascia stare’.

Se poi vogliamo stare in tema di agghiacciante al massimo livello anni fa, treno affollatissimo con posti stretti per le gambe, energumeno davanti (stavolta della mia età) che si struscia al mio piede col suo palesemente, cerco di spostarmi con le gambe come posso sperando capisca, nulla, anzi mi mette una mano sul ginocchio iniziando lo sproloquio di molestie, al che non ci vedo più e più o meno nello stesso istante in cui ha l’arroganza schifosa di fare questo mi alzo schifata, che vorrei disinfettarmi il ginocchio dallo schifo, insultandolo e me ne vado, la gente mi guarda stranita come se fossi pazza.

E per concludere treno vuoto della domenica fine pomeriggio, demente di turno mi si piazza davanti e mi dice che sono affascinante in tono molto languido e io allora gli dico ‘ah sì non mi interessa’ in tono schifato e scostante, questo sta lì piazzato in piedi a fianco dei miei posti per quasi dieci minuti (li ho contati perché stavo al cellulare) e se ne va solo quando io faccio per chiamare il mio compagno al telefono ormai esasperata. Potrei continuare, potrei raccontarne altre e tante purtroppo, e tutto questo senza contare l’essere fissata. Potrei scrivere un libro sull’essere fissata sui mezzi pubblici, è una costante, è inglobato nel fatto di prendere i mezzi pubblici, ti fissano ti fissano ti fissano anche per quaranta minuti di treno e se ti va bene non tentano l’approccio. Ora basta, ho preso a spostarmi, ma per un periodo mi dicevo ‘ma perché cavolo dovrei spostarmi io, ero già qui, avrò pure il diritto di stare seduta dove voglio senza essere importunata’, ma ora preferisco mettere davanti la mia sicurezza (l’ultima volta che ho pensato così ho passato venti minuti in un disagio assurdo da sola in una carrozza con un tizio e si sentiva struscio di vestiti, mi sono detta che dovevo essere pazza e mi sono spostata e da lì ho continuato a farlo). Ora mi sposto automaticamente appena si siede accanto un uomo e il treno è vuoto. Sono esausta, sfinita e arrabbiata, non ammetto che mentre me ne sto in pace su una scala mobile persino uno ritenga di toccarmi il sedere. Ormai è una vera e propria piaga, ogni volta che prendo un mezzo cerco di attenermi a tutte le mie piccole precauzioni per evitare episodi spiacevoli e anche lì non la scampo sempre. È diventato un incubo, e non sto scherzando, dopo cinque anni di mezzi. E non che sia da specificare (mai e poi mai) ma per completezza e soprattutto per far vedere quanto sia assurdo, qualunque ma davvero qualunque cosa mi metta in ogni stagione, anche cappotto sciarpa, cappello e pantaloni con stivali queste cose mi succedono, e quindi basta veramente con l’idiozia dell’abbigliamento. Io potrei anche andare in giro in costume per assurdo, ma se venissi rispettata in quanto essere umano, non mi accadrebbe nulla; qui il problema è molto più marcio e profondo, vedo in estate tantissimi ragazzini in metro con pantaloni larghi talmente bassi che gli si vede metà biancheria sotto, e magari con pure canottiere scollate sotto le ascelle che lasciano intravedere fra un po’ metà petto ma va bene, se andasse in giro vestita così una ragazzina in metro e venisse molestata partirebbe subito il corteo del ‘se l’è cercata’, è patetico e ripugnante. Qui il problema orribile di fondo è come la donna viene considerata e la percezione che se ne ha, punto, il resto sono tutte scuse per incolpare ancora una volta (l’ennesima) il genere femminile.

Giada

La storia di Alice

Buonasera, è ormai un bel po’ che vi seguo, ma non vi ho mai scritto nulla. Non so cosa mi sia preso stasera, ma vorrei condividere la storia delle prime due molestie che ho ricevuto. Sono successe a scuola, forse vado fuori tema, ma non trovo posto migliore che questo. Siete un po’ un punto di riferimento :)

Avevo dodici anni. La prima volta successe in classe. Io ero seduta sulla sedia e un mio compagno passò da dietro e cercò di toccarmi il culo. Quando tornai a casa ero sconvolta, mi sentivo come “segnata” e sporca, scoppiai a piangere e raccontai tutto a mia madre. Immagino che poteva andarmi peggio visto che alla fine essendo seduta riuscì solo a toccarmi la parte bassa della schiena, e oltretutto ne erano successe anche di peggiori: Una volta sempre due compagni di classe si nascosero nei bagni degli spogliatoi per spiarci mentre ci cambiavamo dopo la lezione di ginnastica. Prima che li scoprissimo una ragazza si era già tolta i pantaloni. Un’altra volta invece eravamo in classe ma al posto di un professore c’era un sostituto, per cui non vi dico il casino. A un certo punto successe anche che dei ragazzi seduti per terra tirassero i pantaloni di una ragazza in piedi accanto a loro, e questa rimase in mutande. Poi un’altra volta una ragazzina di un’altra classe venne chiamata “puttana”, e per difendersi i ragazzi dissero semplicemente che non era rivolto a lei. E altri casi vari. Quello però che mi è rimasto più impresso di tutti, che mi turbò per molto tempo, successe qualche mese dopo. Se al primo non avevo retto e lo avevo raccontato a mia madre, questo lo sanno solo le amiche che erano lì con me quel giorno. Stavamo camminando nel cortile della scuola facendoci i fatti nostri, quando a un certo punto un ragazzo, più piccolo di noi di un anno ma conosciuto per essere uno un po’ “problematico”, che io avevo visto soltanto in pullman (prendevamo lo stesso pullman) e un paio di volte nei corridoi, chiamò “alice!” Mi voltai e lui mi disse: (mi schifo ancora oggi a scriverlo, a pensarci): “aprimi le gambe e mi farai felice”. Rimasi sotto shock per giorni. Non lo dissi a nessuno. Le mie amiche dopo provarono a consolarmi e a consigliarmi insulti da dirgli ma non funzionò a tranquillizzarmi, e d’altra parte non avrei mai avuto il coraggio di dirgli niente. Continuai ad averne paura per tutto l’anno. È che non riuscivo a spiegarmelo, non lo conoscevo nemmeno, non capivo cosa avessi fatto per provocare la cosa (e di qui nasce la colpevolizzazione continua delle vittime di molestie!). Mi sentivo sporca, contaminata. Come se mi avesse attaccato qualcosa di viscido addosso e non riuscissi a levarmelo. Sono stata malissimo, in entrambi i casi. All’inizio nel momento in cui me ne sono ricordata non mi sono sembrate così gravi come cose, mi sono pure un po’ vergognata di aver pianto. Ma ora, riscrivendolo, rivivendolo, mi torna in mente tutta la paura che ho provato, il senso di colpevolezza che ho sentito, e la sensazione di schifo, di sporco, di essere violata, che ho provato. Mi ricordo la faccia che aveva quel ragazzetto. La classica faccia da presa in giro. La faccia di chi vuole ferire, mettere paura e umiliare. E c’è riuscito, maledetto bastardo.
Grazie mille di tutto cuore per il prezioso lavoro che fate. Ciao a tutti

La storia di Maria Elena: molestie a Ferrara

Ciao! Sono Maria Elena di Ferrara, felice insegnante di lingue e felicemente sposata. Ho subito due episodi di molestie, casualmente entrambi nella stessa via di Ferrara e quasi allo stesso civico. Il primo anni fa, ero ancora ragazza. Passeggiavo tranquilla per via Mazzini, strada centralissima e commerciale della mia città. A un certo punto, mi si fa incontro un ragazzo all’apparenza tranquillo, con t-shirt e pantaloni estivi. Mi mette sotto gli occhi un bigliettino che non ho nemmeno fatto in tempo a vedere dicendo “Vuoi firmare per la lotta all’AIDS?” Io stavo per dire “no grazie” quando mi ha palpato il seno con la mano che teneva il bigliettino… Io ero furiosa e mi sono messa a dirgliene di ogni colore e lui mi fa “ma che te credi che sei na modella” con accento romano, come dire: sei brutta, figurati se ti tocco… Me ne sono andata, ovviamente nessuno ad aiutarmi.

L’autunno scorso, quasi nello stesso punto, un altro ragazzo di una sedicente “associazione contro la droga” mi fa “vuoi firmare contro la droga?”, aveva anche una specie di banchetto, io “no grazie”… E lui “ma quanto sei bella troia vorrei la tua passera”… E io giù di brutto VAGLIELO A DIRE A TUA SORELLA IDIOTA! Deficiente! Vergognati! Chiamo la polizia! È rimasto di sasso con un mezzo sorriso gelato… Lo so che una volta o l’altra rischio se qualcuno è esagitato, ma io non riesco proprio a essere remissiva… Mi fa stare troppo male. A proposito del tema dei vestiti “provocanti”, in entrambi i casi indossavo roba che di lì a poco avrei messo negli stracci: magliette e pantaloni stinti, un vecchio piumino… Ho obiettivamente un fisico da pin-up ma questo non è certo una giustificazione per i molestatori!!! Spero che la mia storia serva!

La storia di anonima da Torino: “mi sono limitata a guardarlo male, per paura della sua reazione”

Sono in via Po con un’amica, è circa l’una, sto tornando a casa quando un ragazzo che procede in direzione opposta alla mia spingendo una bicicletta mi apostrofa. “Ma sei bellissima! Vuoi fare sesso con me? Guarda che ti pago!”
Avrei voluto mandarlo a quel paese e invece mi sono limitata a guardarlo male, per paura della sua reazione.

La storia di anonima da Torino.

Ciao a tutt*
Stasera mentre andavo a prendere il treno per tornare a casa dopo una giornata di lavoro un folle mi ha stampato un calcio sul polpaccio. Stavo attraversando corso re Umberto per andare in corso bolzano e da lì a porta susa, ero ferma al semaforo quando, non appena scatta il verde, questo tizio mi tira un calcio. Subito non ho capito cosa fosse successo, quando ha incominciato a insultarmi dandomi (ovviamente) della puttana ho capito tutto. Avrei voluto mandardo a f** ma continuava a dire “ti spacco la faccia” “ti massacro di botte” ho avuto paura. Sono stata zitta, ho allungato il passo e mi sono avvicinata alle persone che mi precedevano.
Poco dopo ha sputato addosso a una signora (l’altra persona di sesso femminile che incontrava sulla sua strada).
Sono tornata indietro, abbiamo fatto la denuncia anche se non sappiamo chi sia.
Be Careful.

La storia di anonima da Cuneo: “So che potrei gridare cose ben peggiori, ne avrei tutto il diritto, ma il punto è che mi vergogno”.

Quando facevo il liceo prendevo il bus tutti i giorni per tornare a casa e sono stata purtroppo protagonista di qualche episodio spiacevole.
Più di una volta mi è successo mi si sedesse vicino un uomo e questi cominciasse a spostarsi lentamente verso di me, invadendo il mio spazio.
Prima la pressione del ginocchio, poi la coscia, a volte addirittura una mano che strisciava lenta sulla mia gamba. Spesso mi parlavano, volevano sapere come mi chiamassi, dove abitassi, perché avessi preso il bus tutta sola. All’inizio sudavo freddo e speravo di che la mia fermata arrivasse presto, rispondevo a monosillabi pregando che la smettessero, cosa che puntualmente non succedeva.
Mi sentivo in trappola, come violata, completamente sola benché sul bus ci fossero altre persone.
Crescendo ho imparato a reagire, ora al primo tentativo chiedo con voce gentile, ma ferma: “Per favore si può spostare? Grazie”
So che potrei gridare cose ben peggiori, ne avrei tutto il diritto, ma il punto è che mi vergogno. Mi vergogno IO, una ragazza che viaggia sola e si fa i fatti suoi, sono IO a sentirmi sporca, in colpa, viscida, non l’uomo accanto a me che mi manca di rispetto, IO mi sentirei imbarazzata se qualcuno dovesse accorgersi di ciò che succede o se qualcuno mi sentisse protestare.
Ora che sono una fuori sede e viaggio spesso su treni e autobus seguo sempre le stesse regole: non sederti vicino a uomini soli, non sederti vicino a gruppi di ragazzi/uomini, non sederti in fondo, non sederti sola, ma cerca una donna o una famiglia, non guardare nessuno negli occhi.
È assurdo vivere così.

La storia di Azzurra da Torino: “mi sono sentita umiliata e spaventata. È assurdo dover vivere in questo modo.”

La mia coinquilina e io andiamo al cinema con amici. A fine serata, è circa mezzanotte, ci offrono di accompagnarci a casa: “Non è sicuro, due ragazze sole!” Ci ridiamo su e assicuriamo che ce la caveremo benissimo, in fondo non è poi così tardi, siamo coperte fino alla punta dei capelli perché è dicembre e fa freddissimo, siamo in pieno centro, sotto i portici è ancora pieno di gente, insomma cosa può succederci? Addirittura io ero un po’ infastidita, pensavo che ci stessero velatamente rimproverando, come se non fossimo in grado di badare a noi stesse.
Costeggiamo piazza Castello ed ecco che sbucano 3 ragazzi: capiamo subito che la situazione si mette male, cerchiamo di parlare d’altro e di ignorarli, ma purtroppo non serve a niente. Si piazzano in mezzo alla strada bloccandoci il passaggio, uno fischia e l’altro mi guarda insistentemente per poi apostrofarmi con un “Ma sei stupenda, te lo butterei ***********”
Ho mantenuto un’espressione impassibile, ho fatto di finta di non vederlo e non sentirlo, ma mi sono sentita umiliata e spaventata, non me la sono sentita di rispondere a tono perché avevo paura della sua reazione.
La mia amica è rimasta molto turbata come me, ne abbiamo parlato a lungo tornando a casa. È assurdo dover vivere in questo modo.

La storia di Lisa da Bologna: molestie al parco. “Raccontarlo oggi, così dettagliatamente, mi fa rivivere lo stesso disgusto.”

Questo è un episodio che mi è capitato quando avevo 14 anni, nel giugno 2010, e che ancora oggi mi scuote tantissimo.
A scuola avevo ricevuto il debito in latino, e prima dell’esame di riparazione a settembre avrei dovuto seguire alcune lezioni di recupero estive che iniziavano alle dieci del mattino.
Essendo arrivata a Bologna con due ore di anticipo, decisi di andare nel parco poco distante dalla scuola per leggere uno di quei giornali cittadini che regalano al mattino.
Sapevo che il parco della Montagnola era un luogo frequentato da individui “particolari” (principalmente ragazzi che si fanno qualche canna) e che era un luogo da evitare la sera, ma io e i miei coetanei potevamo tranquillamente frequentarlo durante il giorno senza temere e senza che mai ci accadesse nulla.
Così mi sedetti su una panchina all’ombra a leggere e godermi il bel tempo estivo.
A quell’ora, in un giorno infrasettimanale, nel parco non vidi nessuno all’infuori di me.
Poco dopo passò davanti a me un signore anziano e dall’aspetto bonario che stava passeggiando, si fermò davanti alla panchina su cui ero seduta e mi augurò il buongiorno. Alzai lo sguardo, ricambiai distrattamente il saluto allo stesso modo e riabbassai la testa sul giornale.
Questo mi si sedette accanto. Non amo particolarmente quando questo accade, e anche in quel frangente non ne fui felice, ma non potevo certo dire a un nonnetto annoiato di togliersi dalle scatole.
Cominciò ad attaccare bottone, come spesso fanno gli anziani da queste parti, cominciando a chiedermi dove vivessi e dicendo che somigliavo molto a sua nipote.
Parlando un po’ di lei, un po’ del più e del meno, e senza che io facessi nulla di particolare se non starmene seduta, mi prese la mano che tenevo poggiata sulla mia gamba.
Mi sentivo a disagio e non sapevo come comportarmi, e per quanto ne sapevo all’ora non mi sentivo nella posizione di poter ritrarre bruscamente la mano e andarmene; ai miei occhi in quel momento era solo un anziano signore un po’ espansivo.
Il contatto però non accennava a smettere, anzi, sembrava più insistente e invadente. Cercai di muovere la mano nervosa, ma la sua presa era stretta e io non riuscivo a divincolarmi, tantomeno a esercitare maggiore forza sulla mia mano. Intanto continuava a parlare, come a rassicurarmi che fosse una normale conversazione.
Io ero man mano sempre un po’ più agitata, e probabilmente questo era evidente.
Ricordo che mosse leggermente la mano, spostandola verso la mia coscia.
Poi quasi d’improvviso mi abbracciò, e tutto degenerò velocemente.
Nell’abbraccio tentò di baciarmi, era disgustoso, la sua morsa era stretta abbastanza da non lasciarmi muovere e io ero semiparalizzata dallo shock, riuscivo soltanto a spostare la testa nella direzione opposta alla sua evitando che mi baciasse, mentre con una mano prese a palparmi il seno.
Mi divincolai e lui mi parlava e mi cercava, presi il telefono in mano e dissi che dovevo andare a scuola.
Praticamente mi inventatai una sorta di “scusa”, non so perché, visto che in realtà arrivai con notevole anticipo.
In quel momento ero talmente scioccata da non riuscire a dire nient’altro, non lo offesi, non sbraitai, non dissi nulla; mi allontanai solo di tutta fretta. E probabilmente fu meglio così, visto che non c’era nessun altro nei dintorni.
Realizzai davvero l’accaduto soltanto una volta arrivata nei bagni della scuola, dove mi trovai a sciacquare freneticamente mani e viso col sapone, più per la sensazione di schifo che provavo che per la sua bava.
Raccontarlo oggi, così dettagliatamente, mi fa rivivere lo stesso disgusto.

La storia di Lisa: “sono stufa di essere considerata come un oggetto senza dignità”.

Vivo in un paese in provincia di Bologna. Qui mi capita almeno una volta al giorno che qualcuno suoni il clacson verso di me, dalle automobili ai camion diretti in città.
Ma questo è nulla rispetto a quello che accade una volta arrivati a Bologna: molestie verbali, cat calling, clacson, sguardi inappropriati e “compimenti” indesiderati sono all’ordine del giorno, soprattutto in certe zone tra cui la stazione dei treni e l’autostazione, posti che non posso scegliere di non frequentare.
È sempre successo: in estate, con il caldo torrido e i pantaloncini addosso; o in inverno come oggi, con jeans, giacca e sciarpona che copre mezzo viso.
Sono stanca di non essere presa sul serio quando parlo delle molestie subite solo perché indosso abiti leggeri o i tacchi ogni tanto.
Sono stufa di non poter camminare in città tranquilla, di dover evitare stradine e vicoli, di dover ignorare la maggior parte degli uomini che mi “punta”, di sentirmi a disagio sui mezzi pubblici, di non poter fare nemmeno un metro da sola quando cala il buio.
Scusate se questa non è la descrizione di un avvenimento specifico, questo è il racconto delle sensazioni sgradevoli che provo ogni giorno e che tentano di farmi odiare gli uomini.
Scusate se è solo un’ammasso di lamentele.
Ma sono stufa. Stufa di essere considerata come un oggetto senza dignità.

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