La storia di una volontaria di Hollaback

Abito a Padova e a giugno qui si muore di caldo. Stamattina dovevo andare in farmacia e al mercato, quindi il mio look consisteva in: capelli da lavare legati in coda, occhiali da sole, maglietta di Lilli e il Vagabondo comprata ai saldi di H&M tre anni fa, shorts fatti da me che non sono una sarta di alto livello, gambe con ceretta da fare tra una settimana.
Non avevo il reggiseno, fa caldo, ho il seno piccolo, non mi piace portarlo. Sento già che mi sto giustificando per questo e non dovrei, ma lo specifico perché è una cosa che in realtà mi faceva stare bene quando sono uscita di casa.

Mai ricevute così tante molestie, sguardi, auto che rallentano mentre sono ferma al semaforo. Mi sentivo completamente nuda. I miei peli sulle gambe inesistenti, il mio viso inesistente, le mie braccia sparite: mi sentivo un gigantesco paio di tette nude.

La molestia che mi ha segnato la giornata, che mi ha ROVINATO la giornata è stata da parte di un vecchio, seduto in Via Palestro 18, davanti a una villa antica bellissima, con i capelli bianchi, gli occhi azzurri, la camicia a mezze maniche azzurra, pantaloni lunghi blu scuro e un pacchetto di winston blu da 10 in mano.

“Buongiorno bella!”
Mi fermo, lo guardo e penso che forse è un vecchietto come ce ne sono tanti, che salutano tutti, io sicuro non lo conosco.
“Ora che ti guardo bene sei proprio bella” dice, squadrandomi come fossi una lap dancer nuda sul palo, ma invece sono vestita in mezzo alla strada, a sudare.
Inizio la mia superpippa sul fatto che non si dicono queste cose, che non è un complimento (come no? ma suvvia signorina), che mi ha messa a disagio e non si dicono alle sconosciute per strada queste cose.

Una signora passa, mi sente, mi sorride incoraggiante. Penso che dal suo sguardo lei il tizio lo conosce e la pensa come me, ma non glielo ha mai detto.
Me ne vado, pensando che la signora non ha detto nulla, che nessuno intorno a me ha fatto niente.

Penso alla mia maglietta di Lilli e il vagabondo che indosso, mi odio per aver pensato che un reggiseno avrebbe fatto la differenza e torno a subire sguardi, come se non avessi gambe, braccia o un volto. Ringrazio mentalmente una signora che mi fissa le gambe pelose, riportandomi alla realtà che in realtà io oggi non sono attraente. Poi finalmente torno a casa.

La storia di una volontaria di Hollaback: molestie sotto casa

Ero sotto il portone di casa mia, stavo tornando a casa da una serata piacevole.
Nella strada ero sola e non è mai molto illuminata.
Mentre cercavo le chiavi nella borsa per aprire il cancello, è passato un ragazzo in bicicletta, si è abbassato e mi ha infilato una mano sotto il vestito. Io non avevo le calze e nella velocità – non credo facendolo apposta- è riuscito a spostarmi le mutande e toccarmi proprio tra i glutei. È stato un gesto velocissimo e inaspettato, io ho urlato dallo spavento e poi l’ho fissato andare via. Non sapevo se sarebbe arrivato qualcuno – non ho voluto gridare qualcosa, corrergli dietro, non c’era nessuno e non sapevo se avrebbe reagito: dopotutto non si conoscono mai i pensieri delle persone, soprattutto se sconosciute.
In realtà ha girato l’angolo subito dopo un ragazzo che ho fissato impietrita fino a che non mi ha aperto il portone.
Ho sentito come se avessi qualcosa tra i glutei per un’oretta, ho controllato ma non avevo niente, era solo la sensazione di sporco.
Spero proprio non mi capiti più.

La storia di Nina dalla provincia di Torino

Spesso faccio lunghe passeggiate, o percorsi in bici, in tratti che sono sicuri e frequentati, sono prudente e mi rendo conto dei pericoli che purtroppo una donna può avere….
Ma costantemente, c è sempre qualche uomo che deve fare apprezzamenti volgari, giusto perché mi vede non accompagnata.
Preciso che evito di mettere abbigliamenti che mi possano mettere in mostra come short o top scollata, ma anche volessi nessuno sarebbe autorizzato a dirmi certe cose, che per buon gusto evito di ripetere.
Il viscidume che incontro mi lascia una rabbia dentro…perché preclude la mia libertà personale, ma sopratutto essendo io giovane, mi aspetterei determinati commenti dai miei coetanei, che se pur sbagliato, riuscirei a comprendere. Invece chi osa tali affermazioni rientra in un target di età compresa dai 50-70 anni.
Mi fanno pena questi individui, perché sono i medesimi ad avere nipoti o figlie della mia età. E sono i medesimi che se li senti parlare al bar, si scagliano contro i pedofili o i maniaci. Voglio sottolineare che gli uomini di cui sto parlando sono tutti italiani!!

La storia di Manu da Ragusa

Io e una mia amica avevamo trascorso la serata con altri amici in una località marittima. Era una notte d’agosto, e stavamo tornando verso la mia macchina percorrendo a piedi il lungomare. Una macchina con a bordo due ragazzi sui 30 anni ha rallentato e ci ha affiancato, il tipo alla guida ha abbassato il finestrino e ha cominciato a farci quelli che secondo lui dovevano essere dei “complimenti”. Noi facevamo finta di nulla e continuavamo a camminare, ma lui insisteva e ci ha seguite per un bel pezzo, quindi ho cominciato a dirgli che poteva andarsene perché non eravamo interessate. Come parlare a un muro. Alla fine gli ho detto, testualmente, che era uno spettacolo pietoso e privo di dignità quello che stava dando di se’ stesso. A queste parole si è incazzato, mi ha quasi investita salendo con la macchina sul marciapiede, ed è sceso come una furia dall’auto ben deciso a riempirmi di botte, evidentemente. Mi è arrivato addosso urlando (in dialetto) “tu non sai chi sono io”, lasciando intendere che doveva essere chissà quale grande personalità, e quando gli sono scoppiata a ridere in faccia è rimasto talmente di merda che gli deve essere passata la voglia di picchiarmi, perché si è fermato a un centimetro dalla mia faccia. Credo che si aspettasse una reazione di paura, e quando ha visto che ero più che pronta a reagire e non ero affatto intimidita si è sgonfiato come un palloncino. La mia amica era molto spaventata, ma per fortuna lui non se n’è accorto. Continuando a urlare minacce è risalito in auto ed è ripartito sgommando. Ancora aspetto che mi venga a “spaccare il c**o”, come ha detto lui.

La storia di Francesca

Mi trovo bloccata sotto la tettoia di un bar per ripararmi da un acquazzone improvviso, si avvicina un signore:
-Vuole un ombrello, signora?
-No guardi grazie, sono uscita senza ombrello, ma anche senza portafoglio.
Un uomo sconosciuto interviene:
-Fatti pagare in natura!
L’altro resta basito e scandalizzato.
Io reagisco scattando come un serpente:
-a s****o, ma chi c***o ti conosce?
Lui risponde:
-Ehh che maleducata!
Ah io sarei maleducata?

La storia di Caterina: molestie e minacce

Qualche anno fa camminavo con un’amica sotto i portici della cittadina dove abitiamo. Siccome si sente dire “eh ma anche tu eri vestita in maniera provocante”, specifico che raramente indosso cose scollate o gonne corte. Purtroppo ormai non ci riesco più perché so che l’idea corrente è che lo si faccia per attrarre gli sguardi, e ho talmente interiorizzato la cosa che se indosso una scollatura o una gonna corta poi mi sento nuda. Questo per dire: l’abbigliamento provocante evidentemente non è un fattore, come ormai ben sappiamo.
Insomma un ragazzotto fa degli apprezzamenti, che inizialmente io e la mia amica ignoriamo, ma poi lui insiste e io mi infastidisco, quindi mi giro e gli urlo, ormai da lontano, di farla finita. Lui mi insulta – sono passati degli anni, ma era qualcosa come zoccola, o giù di lì. Io gli ripeto di piantarla, e lui dice qualcosa che non ricordo con precisione, ma che includeva dei coltelli e la mia gola.

La storia di una volontaria di Hollaback: “ora mi sento imbarazzata e mi viene da nascondermi, come se dovessi pagare per essermi sentita bella e sexy”.

Stamattina ho deciso di non mettere il reggiseno sotto una maglietta aderente che sottolinea le forme. Mi piacevo tanto allo specchio e sono uscita orgogliosa e piena di autostima.
Stavo andando al lavoro in viale Corsica e credo di non aver mai ricevuto così tante molestie verbali nel giro di 200m: fischi, sguardi ammiccanti che mi facevano sentire un pollo allo spiedo e ragazzotti che mi chiedevano se in Italia si usasse non mettere il reggiseno. Ho tirato dritto e non ho risposto a nessuno fino a quando non mi hanno molestata i miei vicini di ufficio con cui qualche volta scambio quattro chiacchiere. Si bisbigliavano parole all’orecchio e hanno cominciato a gridarmi da lontano “Capezzoloo” e poi altre frasi. Mi sono girata e ho gridato di non molestarmi e di portare rispetto.
Sono davvero arrabbiata e umiliata, non mi capitava da persone conoscenti dal tempo delle scuole medie (ho 24 anni) .
E ora mi sento imbarazzata e mi viene da nascondermi, come se dovessi pagare per essermi sentita bella e sexy.
E mi spiace, mi spiace davvero, perché stamattina stavo proprio bene.

La storia di Samanta: “la cosa peggiore che mi tormenta ancora oggi è proprio l’indifferenza: nessuno ha provato ad aiutarmi”

È successo tre anni fa, avevo 26 anni. Erano le cinque del pomeriggio di un mercoledì d’ottobre. Ero uscita da lavoro e dopo aver preso il tram e la metro, correvo a prendere il treno alla stazione di Garibaldi a Milano. Percorrevo il sottopassaggio tra le scale tra i due binari e nel giro di pochi secondi sarei salita in banchina. Uno sconosciuto di circa trentacinque anni ha indicato la scala che stavo per salire per arrivare in banchina: “ Va a Chiasso?” mi ha chiesto. “Sì, va a Chiasso” gli ho risposto in fretta. “E anche tu vai a Chiasso?” ha insistito. Tra la fretta e la scocciatura di un nuovo ammiratore indesiderato, ho cominciato a salire le scale sul lato destro, non rispondendo e facendo finta di niente. Poi nell’arco di pochi secondi è successo tutto, anche se a me è sembrato un tempo lunghissimo. Lo sconosciuto mi ha preso da dietro e mi ha infilato la mano sotto la gonna, dicendomi “come sei antipatica”. D’istinto e con l’adrenalina in corpo, non sono riuscita neanche a pensare a cosa stavo facendo, non mi sono venute in mente tutte le nozioni sulla difesa personale che conosco, gli ho dato uno strattone e l’ho spinto via con un braccio, facendolo finire contro il muro dall’altra parte della scala e ho cominciato a urlare contro di lui cose come : “ma come ti permetti! Schifoso!”. La stazione a quell’ora era affollata, come potete ben immaginare, ma nessuno si è fermato ad aiutarmi, alcuni hanno guardato la scena quasi scocciati e ci hanno evitato. Così sono corsa su per le scale, con lui che mi inseguiva, incoraggiato dal fatto che nessuno lo avrebbe fermato. La mia “fortuna” è stata che il treno fosse già lì e che su una delle porte ci fosse un controllore che attendeva le 17.09 per poter chiudere le porte. Fortuna tra virgolette, poiché balzando sul treno visibilmente spaventata ho detto al controllore indicando lo sconosciuto: “Quel ragazzo mi ha aggredito e mi insegue!” Il controllore mi ha risposto con una frase che tuttora mi fa gelare il sangue: “Io non ho visto niente!” L’aggressore non avendo sentito la conversazione intanto scappava, probabilmente perché come me pensava a una reazione diversa da parte del controllore.
C’è più di un motivo se ne parlo solo ora e non ne ho parlato anni fa. Questo episodio continua a farmi male. Ha influito negativamente sulla mia vita quotidiana, faccio degli incubi, ad esempio per stare tranquilla mentre prendo i mezzi ho dovuto acquistare uno dei pochi spray al peperoncino legali disponibili in Italia. Non è solo questo ovviamente. La gente ogni volta che lo racconto, mi fa le domande più disparate e più fuori luogo a cui mi propongo di rispondere di seguito nella maniera opportuna.
“Com’eri vestita?” Avevo una gonna e i tacchi di 7 cm, avevo delle parigine, un trench e un foulard. Ora che ho risposto vorrei domandare io se un vestito o un altro mi rendano meritevole di un aggressione.
“Era italiano?” Era un aggressore, la sua provenienza non mi interessa.
“Ma hai fatto qualcosa per attirare l’attenzione dei passanti? Hai urlato? Hai chiesto aiuto?” Ma secondo voi? Sì ho gridato, ero visibilmente sconvolta, ma non si è fermato nessuno, tutti hanno fatto finta di niente. Solo una signora sul treno ha mostrato compassione perché ha sentito che ho chiamato mia madre e le ho raccontato quello che mi era successo e ha visto che piangevo. Il treno era comunque pieno. Nessun altro ha mostrato comprensione.
La cosa peggiore che mi tormenta ancora oggi è proprio l’indifferenza: nessuno ha provato ad aiutarmi, nessuno è corso a chiamare la polizia ferroviaria o qualsiasi organo competente e nessuno mi ha dato sostegno morale in quel momento, a parte quella signora gentile , che ancora oggi ringrazio non solo per avermi consolato, ma anche per aver dimostrato che non tutti sono dei menefreghisti.
Ma una persona non basta, non basta contro tutte quelle persone che non hanno fatto niente, non in una situazione così pericolosa e delicata.
Dovremmo tutti riflettere, non ci sono parole che possano esprimere quanto io sia amareggiata, l’unica cosa che potrebbe farmi stare meglio è vedere un cambiamento in positivo nella gente.

La storia di Livia da Bologna

Stavo camminando in pieno giorno in via Zamboni con una comitiva di ragazz* della mia Università, delle donne migranti (alcune più giovani e alcune anziane) e i/le loro figl* e nipot* per il Migrantour, un progetto di integrazione recentemente arrivato a Bologna.
Un uomo, visibilmente ubriaco, si ferma davanti a noi e dice: “e voi dove state andando? A ballare?!”.
Prima che qualcun* di noi potesse anche solo pensare di dire qualcosa una bambina di 11 anni ha subito risposto: “Eh beh si…e ti sembra che siamo vestite per andare a ballare??? Ma tu guarda…..” in modo stizzito e anche abbastanza aggressivo.
Questa scena, oltre a farmi fare una bella risata, mi ha ridato un po’ di speranza per il futuro.

La storia di Elisa: molestie in università a Parma

Seduta nella sala d’aspetto dell’allora segreteria studenti della facoltà di lettere e filosofia, luogo notoriamente pericolosissimo e sconsigliato alle fanciulle perbene, un ragazzo si siede accanto a me. Sento a un certo punto che mi palpa il sedere. Io dalla vergogna (perché ci insegnano che siamo state noi a provocare, no?) non ho nemmeno pensato di protestare ma ho avuto la prontezza di simulare una chiamata ricevuta al cellulare che mi desse una scusa per allontanarmi immediatamente. Eh sì. Mi sono dovuta autogiustificare per non voler tollerare una molestia senza che oltretutto il molestatore se ne avesse a male, poverino. Brutta cosa il senso di colpa interiorizzato! A distanza di anni, non mi fa tanto arrabbiare la palpata quanto la mia incapacità di reagire. Adesso sono più consapevole e una borsettata non si nega a nessuno.
Cosa indossavo di tanto provocante? Una felpa col cappuccio da tre euro bianca e verde petrolio e pantaloni larghi blu scuro tipo “danza”. Ho i capelli lunghissimi e boccolosi ma li tengo sempre legati (all’epoca usavo un orrendo fermaglio giallo, di quelli che perfino la cuffia di plastica si vergogna sotto la doccia). Non che ci sia niente di male nei boccoli – quando mi gira li lascio cadere molto volentieri – o nello stile nel vestire – mi è perfino capitato, per puro sfizio, di andare al supermercato col tacco 12. Ok! una volta sola, ma mi è capitato. Scusate le precisazioni, ma non vorrei mai scatenare una guerra sfattone vs stilose, e tutte le gradazioni dello spettro.
Spero che il mio tono leggero non abbia offeso chi ha subito molestie gravi, a loro un grande abbraccio.

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