La storia di Marta da Salerno

Era Ferragosto, uno come tanti, non troppo diverso dagli altri. Un mucchio di persone sulla spiaggia, il fuoco a riscaldarci e l’alcool in corpo. Ci si diverte tutti insieme, si balla un po’, si ride e si scherza fra noi. La cosa bella dei falò in spiaggia è che conosci sempre qualcuno di nuovo, come io ho conosciuto tale Marco. A dire il vero la sua faccia non mi era nuova, ma a quel falò, posso dire di averlo conosciuto per lo schifoso che in realtà è. Marco è ubriaco, non si regge in piedi e dice frasi senza senso. Va bene, chi non è mai stato ubriaco? Io non sono una santa e ammetto di ridurmi così ogni sabato, ma senza essere molesta nei confronti di sconosciuti. Ci alziamo tutti e ci incamminiamo verso il “reparto alcool” per bere un po’ di quella tequila che mi avevano promesso, Marco mi tira urlando “VIENI!” e lo fa afferrandomi (non sfiorando per sbaglio) per il culo. Resto paralizzata per qualche secondo, sono sotto shock perché non mi aspettavo una presa del genere. La mia amica mi chiede se è tutto okay e io le dico che uno sconosciuto mi ha appena toccato il culo senza il mio permesso. Lo prendo da parte e gli dico che non mi interessa quanto ha bevuto (anche io non ero nelle migliori delle condizioni), ma non deve assolutamente permettersi di fare ciò che ha appena fatto. Glielo dico con un tono fermo, ma non troppo furibondo, non mi va di rovinarmi la serata. Beviamo tutti, scherziamo e la serata continua ancora per un po’. Marco continua però a buttarsi addosso, e io prontamente ogni volta lo scanso e mi paro con le braccia davanti, per evitare un sudicio bacio, da uno sconosciuto che non mi piace e che, detto con sincerità, aveva pure bisogno di una doccia. Passa un po’ di tempo e lui e i suoi amici annunciano di doversene andare a casa; Marco comincia a salutare tutti ed io, per scappare dai suoi abbracci che sanno di sudore e disperazione abbraccio di rimando un mio amico, cercando di evitarlo il più possibile. Ma nulla, Marco è ancora lì, insiste nel salutarmi e allora gli concedo un saluto: mi dà un bacio su una guancia e poi sull’altra. E poi, con tutta la normalità di questo mondo mi dà due schiaffi sul culo. E se ne va. In quel momento non ci vedo più, con il telefono in una mano e la tequila nell’altra, porgo il bicchiere al mio amico e mi scaglio contro Marco. Gli do uno schiaffo, un pugno e poi lo spingo. Lo spingo di nuovo. Gli urlo in faccia, a pochi millimetri da quella faccia di lurido gli urlo di fare schifo e che il suo essere ubriaco non giustifica le sue azioni. Lui continuava a giustificarsi meramente senza alcuna speranza, perché contro di me non aveva speranze di vincere. Eppure io credo che da un certo punto di vista abbia vinto lui, perché in cuor mio so che passerà come un semplice schiaffetto sul mio culo, nulla di che. Come se fosse di sua proprietà, come se avesse il diritto di poterlo fare. E’ questa la cosa che più mi fa incazzare, il fatto che lui in quel momento mi abbia trattata come un oggetto, da poter utilizzare a suo piacimento. Nessuno è intervenuto, nessuno ha detto nulla, non perché avessi bisogno di qualcuno che mi difendesse, sinceramente lo faccio da sola e anche meglio. Ma a nessuno è importato perché a nessuno è parsa una cosa importante. Che tristezza.

La storia di Roberta da Messina

Ciao, voglio raccontare alcune storie.

L’anno scorso era mattina e stavo andando a lezione perché frequentavo un corso d’inglese, mi sentivo seguita ma non ci avevo fatto molto caso. Poi noto un ragazzo dietro di me che mi fissava e, cosa inquietante, mi stava seguendo. Fortuna che ero vicina alla sede e sono entrata a passo veloce. Credevo di averla scampata. Invece esco, vado a piazza Cairoli per prendere il tram e tornare a casa a fine lezione e qualcuno mi chiama, era lui con un amico! Mi sono sentita terribilmente in imbarazzo. Più mi allontanavo, più si avvicinavano e più diventavano insistenti (o meglio LUI, perché l’amico non faceva nulla, nemmeno parlava). Mi faceva domande e io cercavo di rispondere in maniera evasiva per togliermelo dalle scatole, senza risultati. Mi chiama mia madre, sente questi tizi e mi suggerisce di andarmene e di non dare confidenza, così prendo il tram che finalmente è arrivato e corro dentro. Per tutto il tragitto ho guardato ogni faccia delle persone che entravano e uscivano, avevo paura che mi seguissero ancora una volta.

Seconda volta, via Garibaldi, stavo andando dalla mia dietologa ed era sempre mattina, chi mi ritrovo? Il ragazzo di prima! Mi segue e mi rompe le scatole dicendo “sei sempre così chiusa, apriti un po’” oppure “sei sempre vestita di nero!” ma io stavolta non lo calcolavo nemmeno, avevo le cuffie e ascoltavo la musica.
La terza volta è stata la più schifosa, un vecchio di settant’anni! Cercavo un’autobus per tornare a casa, ero in piazza della Repubblica, dove c’è la stazione centrale e il palazzo cavallotti, dove partono tutti gli autobus. Si era avvicinato questo signore chiedendomi se stessi cercando un’autobus e io, ingenuamente, credevo volesse aiutarmi e quindi rispondo di sì.
Così mi accompagna al cavallotti e lì giù verso l’oblio…
Comincia a fare apprezzamenti sul mio seno, sul mio corpo e io dico che ho il fidanzato (ce l’ho davvero) e lui “io sono meglio del tuo fidanzato, se vieni da me ti dò una notte d’amore incredibile” che schifo! Ho deciso che non aspettavo l’autobus e che prendevo il tram, ma lui ha continuato a seguirmi, fortuna che il tram era già in piazza…
Sto uno schifo ogni volta. Non parliamo di quante volte ho ricevuto fischi e sguardi.

La storia di anonima: abbracci senza consenso

Oggi ho visto un video che promuoveva gli abbracci gratis, ossia un evento che vede un gruppo di persone andare in giro per il centro di una città con un cartello con scritto “abbracci gratis” e abbracciare le persone.
Ho riflettuto sul fatto che sembra una cosa bella è umana, quando a me è capitato di viverla malissimo. Un giorno stavo lavorando come promoter in piazza e un gruppo di uomini si è avvicinato, tutti con i cartelli abbraccio gratis.
Si sono messi a scherzare e un bambino con loro mi ha abbracciata in modo spontaneo. Anche se stavo lavorando e non sono tipa da abbracci né bambini ho ricambiato. Però un uomo (forse il padre?) mi squadra e dice “beh dai anche io visto che sei così carina”.
Gli ho detto che stavo lavorando, ma le mie proteste sono state soffocate dal suo abbraccio stritolante, che non volevo assolutamente! Mi ha fatta sentire impotente e soprattutto mi ha infastidita da morire, mi da fastidio perdere spazio personale e sentire invaso il mio corpo. Non mi piace quando una persona, nel caso un uomo sudaticcio, mi tocca il corpo, le braccia, le spalle, mi viene così vicino da sentire il fiato sul mio collo.
Purtroppo non ho né saputo né forse voluto reagire in quanto stavo lavorando. Però volevo condividere con voi questa cosa degli abbracci gratis, perché se fatti contro la volontà della persona che li riceve sono vere e proprie molestie fisiche e il commento del tipo non mi è proprio andato giù: se non ero carina non mi abbracciava?

La storia di Luca dal Comicon di Torino

Torino, uno dei Comicon più importanti in Italia, ci vado con un amico e un’amica. Appena varchiamo l’ingresso, un tizio completamente mascherato anche in faccia, e quindi non riconoscibile, si avvicina alla mia amica e le chiede di fare una foto insieme, lei acconsente, lui si mette affianco e lei scatta la foto. Tutto finisce qui, nessuna molestia evidente, ma leggo nel viso della mia amica un senso di fastidio. Proseguiamo (iniziamo) la visita. Dopo un po’ di tempo un ragazzo robusto non travestito da nulla le rivolge uno sguardo e allarga un braccio mostrandole un cartello con la scritta “free hugs”, lei lo abbraccia, io lo guardo per vedere se vuole abbracciare anche me –  free hugs dovrebbe valere per tutti -; così non è, si gira puntando un’altra ragazza, la mia amica ha nuovamente uno sguardo infastidito, così mi giro verso il tizio, allargo le braccia e gli urlo “e a me niente? anch’io voglio un abbraccio, cattivone”.
Mi chiedo con quale coraggio ti guardi allo specchio la mattina e non ti senti una cacca, hai progettato una cosa del genere solo per molestare delle ragazze che sono lì per divertirsi e stare in compagnia di persone con la stessa passione, non di molestatori.

La storia di Luca da Torino: assiste a una molestia e interviene

Una sera esco con una delle mie migliori amiche per andare a un concerto in un locale del quartiere San Salvario di Torino. Siamo io e lei, camminiamo per strada in direzione del locale, e a un certo punto passiamo davanti a un gruppetto di ragazzi. Vedo già mentre ci avviciniamo i loro sguardi indirizzati alla mia amica, li passiamo, e dopo pochi metri uno di loro urla “che bel culo!”, naturalmente indirizzato a lei; gli altri ridacchiano compiaciuti.
Guardo la mia amica, e vedo nei suoi occhi la mortificazione e l’imbarazzo, quasi come si sentisse in colpa per aver subito la molestia; così, senza pensarci mezzo secondo mi giro verso il gruppetto e dico “grazie ragazzi, faccio palestra tutti i giorni, stringo forte forte e poi rilascio, stringo forte forte e poi rilascio”, si guardano tra loro e si rimettono a parlare come nulla fosse successo. Guardo di nuovo la mia amica e la vedo sorridere, tutto finisce così.
Mi sono sentito un verme per appartenere al genere maschile, non sono come loro e non voglio esserci accomunato. Voglio essere migliore e voglio che il mondo femminile sappia che vi sono vicino, agirò sempre! anche a costo di prendermi parolacce, appellativi o spintoni, non sono come loro, non smetterò mai di dirmelo.

La storia di Vale da Torino

Mi è successo due volte, andando a lavoro. Due passanti uomini che hanno tenuto a farmi sapere quanto ero bella!
Un’altra volta al supermercato: un tizio dietro di me mi ha vista con il polso fasciato e mi ha chiesto se ce la facevo a portare le borse perché lui di solito ” aiuta quelle brutte, figuriamoci una carina come te”.

La storia di una volontaria di Hollaback

Abito a Padova e a giugno qui si muore di caldo. Stamattina dovevo andare in farmacia e al mercato, quindi il mio look consisteva in: capelli da lavare legati in coda, occhiali da sole, maglietta di Lilli e il Vagabondo comprata ai saldi di H&M tre anni fa, shorts fatti da me che non sono una sarta di alto livello, gambe con ceretta da fare tra una settimana.
Non avevo il reggiseno, fa caldo, ho il seno piccolo, non mi piace portarlo. Sento già che mi sto giustificando per questo e non dovrei, ma lo specifico perché è una cosa che in realtà mi faceva stare bene quando sono uscita di casa.

Mai ricevute così tante molestie, sguardi, auto che rallentano mentre sono ferma al semaforo. Mi sentivo completamente nuda. I miei peli sulle gambe inesistenti, il mio viso inesistente, le mie braccia sparite: mi sentivo un gigantesco paio di tette nude.

La molestia che mi ha segnato la giornata, che mi ha ROVINATO la giornata è stata da parte di un vecchio, seduto in Via Palestro 18, davanti a una villa antica bellissima, con i capelli bianchi, gli occhi azzurri, la camicia a mezze maniche azzurra, pantaloni lunghi blu scuro e un pacchetto di winston blu da 10 in mano.

“Buongiorno bella!”
Mi fermo, lo guardo e penso che forse è un vecchietto come ce ne sono tanti, che salutano tutti, io sicuro non lo conosco.
“Ora che ti guardo bene sei proprio bella” dice, squadrandomi come fossi una lap dancer nuda sul palo, ma invece sono vestita in mezzo alla strada, a sudare.
Inizio la mia superpippa sul fatto che non si dicono queste cose, che non è un complimento (come no? ma suvvia signorina), che mi ha messa a disagio e non si dicono alle sconosciute per strada queste cose.

Una signora passa, mi sente, mi sorride incoraggiante. Penso che dal suo sguardo lei il tizio lo conosce e la pensa come me, ma non glielo ha mai detto.
Me ne vado, pensando che la signora non ha detto nulla, che nessuno intorno a me ha fatto niente.

Penso alla mia maglietta di Lilli e il vagabondo che indosso, mi odio per aver pensato che un reggiseno avrebbe fatto la differenza e torno a subire sguardi, come se non avessi gambe, braccia o un volto. Ringrazio mentalmente una signora che mi fissa le gambe pelose, riportandomi alla realtà che in realtà io oggi non sono attraente. Poi finalmente torno a casa.

La storia di una volontaria di Hollaback: molestie sotto casa

Ero sotto il portone di casa mia, stavo tornando a casa da una serata piacevole.
Nella strada ero sola e non è mai molto illuminata.
Mentre cercavo le chiavi nella borsa per aprire il cancello, è passato un ragazzo in bicicletta, si è abbassato e mi ha infilato una mano sotto il vestito. Io non avevo le calze e nella velocità – non credo facendolo apposta- è riuscito a spostarmi le mutande e toccarmi proprio tra i glutei. È stato un gesto velocissimo e inaspettato, io ho urlato dallo spavento e poi l’ho fissato andare via. Non sapevo se sarebbe arrivato qualcuno – non ho voluto gridare qualcosa, corrergli dietro, non c’era nessuno e non sapevo se avrebbe reagito: dopotutto non si conoscono mai i pensieri delle persone, soprattutto se sconosciute.
In realtà ha girato l’angolo subito dopo un ragazzo che ho fissato impietrita fino a che non mi ha aperto il portone.
Ho sentito come se avessi qualcosa tra i glutei per un’oretta, ho controllato ma non avevo niente, era solo la sensazione di sporco.
Spero proprio non mi capiti più.

La storia di Nina dalla provincia di Torino

Spesso faccio lunghe passeggiate, o percorsi in bici, in tratti che sono sicuri e frequentati, sono prudente e mi rendo conto dei pericoli che purtroppo una donna può avere….
Ma costantemente, c è sempre qualche uomo che deve fare apprezzamenti volgari, giusto perché mi vede non accompagnata.
Preciso che evito di mettere abbigliamenti che mi possano mettere in mostra come short o top scollata, ma anche volessi nessuno sarebbe autorizzato a dirmi certe cose, che per buon gusto evito di ripetere.
Il viscidume che incontro mi lascia una rabbia dentro…perché preclude la mia libertà personale, ma sopratutto essendo io giovane, mi aspetterei determinati commenti dai miei coetanei, che se pur sbagliato, riuscirei a comprendere. Invece chi osa tali affermazioni rientra in un target di età compresa dai 50-70 anni.
Mi fanno pena questi individui, perché sono i medesimi ad avere nipoti o figlie della mia età. E sono i medesimi che se li senti parlare al bar, si scagliano contro i pedofili o i maniaci. Voglio sottolineare che gli uomini di cui sto parlando sono tutti italiani!!

La storia di Manu da Ragusa

Io e una mia amica avevamo trascorso la serata con altri amici in una località marittima. Era una notte d’agosto, e stavamo tornando verso la mia macchina percorrendo a piedi il lungomare. Una macchina con a bordo due ragazzi sui 30 anni ha rallentato e ci ha affiancato, il tipo alla guida ha abbassato il finestrino e ha cominciato a farci quelli che secondo lui dovevano essere dei “complimenti”. Noi facevamo finta di nulla e continuavamo a camminare, ma lui insisteva e ci ha seguite per un bel pezzo, quindi ho cominciato a dirgli che poteva andarsene perché non eravamo interessate. Come parlare a un muro. Alla fine gli ho detto, testualmente, che era uno spettacolo pietoso e privo di dignità quello che stava dando di se’ stesso. A queste parole si è incazzato, mi ha quasi investita salendo con la macchina sul marciapiede, ed è sceso come una furia dall’auto ben deciso a riempirmi di botte, evidentemente. Mi è arrivato addosso urlando (in dialetto) “tu non sai chi sono io”, lasciando intendere che doveva essere chissà quale grande personalità, e quando gli sono scoppiata a ridere in faccia è rimasto talmente di merda che gli deve essere passata la voglia di picchiarmi, perché si è fermato a un centimetro dalla mia faccia. Credo che si aspettasse una reazione di paura, e quando ha visto che ero più che pronta a reagire e non ero affatto intimidita si è sgonfiato come un palloncino. La mia amica era molto spaventata, ma per fortuna lui non se n’è accorto. Continuando a urlare minacce è risalito in auto ed è ripartito sgommando. Ancora aspetto che mi venga a “spaccare il c**o”, come ha detto lui.

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