La storia di Giulia: “Rispondiamo, reagiamo, prendiamo coraggio. Questa è violenza.”

Sto pensando costantemente ai racconti che ho letto nell’ultimo anno sul sito di Hollaback Italia.

Due giorni in cui mi siedo in treno e due giorni in cui un uomo si siede in questo modo davanti a me e continua a toccarsi le parti basse. Da oggi ho deciso di prendere coraggio e iniziare a documentare tutto quello che mi accade. Mi sento pronta a organizzare la mia rabbia, e a trasformare quest’angoscia che mi assale ogni volta che subisco violenze verbali e psicologiche per le strade di questo Paese in qualcosa di utile anche per le altre donne.

Rispondiamo, reagiamo, prendiamo coraggio. Questa è violenza.

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La storia di Giulia: molestie in autobus a Torino

É un fatto successo due/tre anni fa ma, ahimè, è ancora tremendamente attuale. Tra l’altro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e convinto mio padre a regalarmi lo spray antiaggressione (era almeno la terza molestia sul bus in meno di 3 mesi).
Io e una mia amica ci diamo appuntamento sulla linea 68 della mia città, Torino, con lo scopo di prendere poi il pullman e di raggiungere il centro e fare quattro passi. Era estate, faceva un caldo asfissiante, per cui non era affatto strano che entrambe avessimo maniche corte e gambe scoperte ( io ero in calzoncini e t-shirt e lei in gonna e stivaletti, eravamo davvero il massimo della sobrietà ); appena salite, ci siamo sedute una di fronte all’altra, nei posti da 4. Dopo un paio di fermate salgono due uomini, giovani, che puzzavano di alcol in maniera devastante e, purtroppo, si siedono vicino a noi; inizialmente ci lanciano solo delle occhiate, noi li ignoriamo e ci stringiamo sui nostri posti, addossandoci ai finestrini. Poi iniziano a parlarci, indicano il mio tatuaggio sull’avambraccio e quelli della mia amica su polso e spalla, e iniziano a farci domande, cui noi non rispondiamo. Si fanno insistenti, chiedono dove li abbiamo fatti, ci dicono che sono belli, che siamo belle noi, le solite parole viscide. La mia amica, esasperata, dà un paio di risposte evasive per cercare di scrollarceli di dosso, ma è inutile: uno dei due avvolge lo schienale del mio sedile e fa per toccarmi le spalle e tirarmi verso di sè, mentre l’altro allunga la mano sulle cosce della mia amica. In un moto di rabbia, gli tiro un calcio sugli stinchi e, appena le porte si aprono, cogliamo l’occasione per scendere di corsa, prima che possano fare qualcosa.
La parte peggiore? Il signore anziano che, pur avendo seguito tutta la scena, non solo non ha mosso un dito (come il resto della gente sul pullman, strapieno) ma ha anche avuto la faccia tosta di dire “Eh, ve la siete cercata, bastava non rispondergli!”. Siamo atate ancora educate nel non prenderlo a parolacce, ma a dirgli, semplicemente “E se fosse successo a sua figlia? A sua nipote?”
Non é stata la prima molestia che ho ricevuto, e nemmeno la peggiore, eppure è quella che ricordo con più amarezza, perché se davvero ci fosse stata la nipote di quell’uomo, al nostro posto, probabilmente qualcun altro l’avrebbe fatta sentire in colpa per aver reagito.

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Molestie a Napoli: “NESSUNO, e dico, NESSUNO, ha cercato di aiutarmi”

Napoli, inizio giugno 2014.

Vivo a Napoli da tre anni ormai e devo essere sincera, mi è capitato molto di rado di essere disturbata o molestata, a parte qualche stupido in macchina di sera. Per me, che vivevo in un paesino dove non potevi neanche prendere il pullman a causa di tutte le macchine che si fermavano, era una grande conquista. E quelle rare volte che a Napoli ho avuto episodi del genere, me ne sono fatta una ragione, perché ormai per me è una cosa normale. Un giorno, però, ad inizio giugno 2014, mi è capitata la cosa più strana di tutte.

Non ricordo com’ero vestita, forse indossavo un pantalone lungo non attillato, di quelli che cadono larghi, leopardato con una canotta nera e arrivata a Piazza Cavour, a Napoli, mentre mi avviavo verso casa, un ragazzo su un motorino (che sono sicura di poter affermare che fosse lì per fatti suoi) inizia ad accostarsi a me e a dirmi cose strane del tipo “vieni con me, ti faccio lavorare, ti pago 500 euro se vieni con me” ai miei continui “NO” e “NOO, GRAZIE”, lui continua a seguirmi, sul motorino, e io cerco di accelerare il passo, continuando con le sue proposte di lavoro che non avevano niente di indecente o di sessuale, ma che sicuramente riguardavano quello.

Ci tengo a precisare che il luogo in cui è successo questo è un luogo affollato, siccome c’è la stazione della metropolitana e la fermata del pullman, ma NESSUNO, e dico, NESSUNO, ha cercato di aiutarmi. Sono quasi sicura che si fossero accorti di cosa succedesse perché alcune persone guardavano me e il ragazzo in modo strano, ma comunque non voglio essere malpensante e semplicemente preferisco dire che siccome camminavamo, nessuno sia riuscito a cogliere la nostra discussione. Nel frattempo lui continuava a dirmi “sei bellissima, vieni a lavorare con me”, e io continuavo a rispondere “NO!” e ormai iniziavo anche a spaventarmi, ma cercavo di non perdere la calma e di sembrare sicura, di fargli capire che non avrei ceduto. Per fortuna ho preso una stradina secondaria per tornare a casa, a senso unico e lui non poteva seguirmi. Da lì ho fatto una corsa verso casa per paura che potesse fare il giro e raggiungermi dall’altro lato. Per fortuna no.

In ogni caso, quando io sono salita per il violetto, lui ha anche sbuffato e detto una parolaccia in dialetto napoletano che preferisco non ripetere.

In tutto ciò, erano le 19.00 di sera, che in estate è pieno giorno.

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La storia di Tonia: “se un bambino a soli 10 anni se ne va in giro libero di toccare sederi, allora quando crescerà cosa potrà mai fare?”

Vivo in un paesino vicino Aversa e dal momento che Aversa è il punto d’incontro di ogni individuo, è mio solito uscirci nel fine settimana. Ciò che sto per scrivere mi è accaduto all’età di 14 anni circa. Una serata fra amiche, tranquilla. Che sarà mai? Mentre cercavo di infilarmi fra la folla per passare dall’altra parte della strada, sento che qualcuno mi tocca il sedere. Mi giro di scatto e vedo un bambino di circa 10 anni che scappa via guardandomi. Pensai di non dargli importanza, era un bambino e di certo in pochissimo tempo l’avrei perduto fra la folla. So che questa non è una storia che ha dell’importanza quanto altre che ho già letto qui, ma se un bambino a soli 10 anni se ne va in giro libero di toccare sederi, allora quando crescerà cosa potrà mai fare? E sono anche stanca del fatto che chiunque possa sentirsi libero di toccarmi il sedere a suo piacimento, perché sì, purtroppo non è la prima volta che succede. È così difficile tenere le mani a posto?

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32+

La storia di anonima: “la cosa peggiore non è stata la molestia in sé, quanto il fatto che nessuno ha fatto nulla”

Ne avrei un po’ da raccontare. Andiamo in ordine cronologico, partiamo dalla prima.
Avevo 15 anni e stavo tornando da scuola. C’era luce, ero in uno dei quartieri migliori ed era inverno, quindi avevo il cappotto e tutto. Non ero neanche particolarmente truccata, dopo sei ore di lezione. Questo è un piccolo appunto per chi dice che è colpa della donna perché va in giro da sola con il buio, da sola in quartieri brutti, da sola “poco vestita” e “troppo truccata”. Sono cavolate. Se sei un molestatore, lo sei comunque, in qualunque modo, a qualunque ora, in qualunque posto io sia.
Sì, insomma, io avevo 15 anni e stavo camminando tranquillamente. Vicino casa, un tizio comincia a dirmi le solite frasi: “sei bella”, “sei disponibile?”, “sei sola?”. Ho accelerato il passo, come sempre in questi casi. Triste dirlo, ma c’ero già abituata. Non mi hanno fatto mai niente di “pratico”, quindi andando avanti ho deciso che non mi interessa e vivo comunque la mia esistenza senza curarmene troppo. A volte le mie amiche mi ritengono folle. Ad ogni modo, quel che conta è che a 15 anni ero già abituata a quel genere di scherno. Non ero, e non sono abituata, a quando mi inseguono – fino all’altra sera ho avuto paura perché uno lo stava facendo. Lui è stato il primo che mi ha inseguita, continuando a dire quelle frasi. Un paio di volte ha pure fischiato come se fossi una pecora. Nessuno ha detto o fatto nulla, a parte qualche sguardo torvo. Dall’altro lato della piazza c’è una chiesa. Per mia fortuna era aperta. Ho pensato che in pochi avrebbero violato un luogo sacro, quindi mi sono diretta subito verso le porte. Quando sono arrivata sui gradini, il tizio è andato via. Deve aver avuto paura di Dio, credo. Ad oggi, quelle rare volte in cui mi capita, cerco di fare lo stesso, e devo dire che non mi servono neanche necessariamente aperte, specie se hanno la scalinata con il cancello in cima: basta entrare nello spiazzo antistante l’ingresso e già scappano. Bianchi, neri, arabi, musulmani, cristiani, induisti, atei. In pochi darebbero fastidio a Dio. Ad una donna sì, tanto chi se ne frega.
La cosa più brutta, però, non è stata la molestia in sé, ma il fatto che nessuno ha detto nulla. Avrebbe potuto farmi qualsiasi cosa in mezzo alla piazza e non avrebbero fatto nulla. Perché è normale, no? Lui è un uomo. (Ovviamente sono sarcastica.)
Dopo questo episodio, per tre anni ho girato con un coltellino a serramanico nel portachiavi. Giusto una piccola precauzione. Quando l’ho perso, mi sono disperata, anche se non l’ho più ricomprato – ho preferito farmi coraggio senza dipendere da nulla. Ora che ho decisamente molto più coraggio di prima anche senza coltellino, mi è capitato di nuovo un paio di volte. La penultima volta non c’era nessuna chiesa vicina. Mi sono iscritta a un corso di capoeira. Se non penso io a me stessa, chi ci pensa?

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39+

La storia di Micki

È successo tanti anni fa…all’epoca avevo appena 15 anni e avevo da poco cominciato a uscire la sera, ritirandomi alle dieci e mezza/undici. Un sabato come tanti ero sulla via di casa con la mia vicina (premetto che indossavo un semplice jeans e una felpa) quando tutto a un tratto sento un forte schiaffo sul sedere. Mi volto di scatto e vedo tre ragazzi che mi fissano ghignando prima di correre via. Non so chi di loro sia stato e preferisco non saperlo. So solo che non mi sono mai sentita così vulnerabile e usata, come un cavallo a cui si danno delle pacche.
Non sono più uscita per diversi mesi e quando a volte li intravedo (dal momento che vivo in un paese non molto grande) mi sento male e cambio direzione.

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42+

La storia di Angela: “non ho intenzione di vestirmi con abiti che non mi appartengono solo per evitare che gli uomini mi guardino”

Sono Angela, ho 23 anni e vivo a Bari. Sono sempre stata una ragazza che non si è mai stata in silenzio davanti agli “apprezzamenti” degli sconosciuti e agli sguardi insistenti di certi omuncoli. Nonostante la mia sfacciataggine, spesso mi sono ritrovata in situazioni dove la paura ha fatto da padrona.
Quel giorno non bastava un solo incontro con dei porci (passatemi il termine), bensì due.
Ero nei pressi della stazione della mia città, era sera ma relativamente presto, mi dirigevo verso la fermata dell’autobus che mi avrebbe riportato a casa quando sento una macchina che rallenta e quasi si accosta vicino a me; faccio finta di nulla e cerco di guardarmi intorno con la coda dell’occhio per accertarmi che ci fosse qualche anima viva oltre me ma niente, nessuno. Accelero il passo e questi tre ragazzi nella macchina iniziano a fischiarmi, chiamarmi “bella” e invitarmi a prendere un passaggio da loro. Avevo paura, vedevo tre uomini in macchina che mi seguivano e insistevano nel farmi salire in auto, non volevo rispondere a tono, avevo timore che potessero prendermi con forza… in quei momenti si pensa al peggio e io avevo iniziato a farlo. Iniziavano a fare apprezzamenti sul mio corpo e per la prima volta mi sono sentita in difetto, mi sono sentita male nel mio corpo, in un corpo che ho imparato ad amare e loro con il loro fare volgare e irrispettoso mi hanno fatto vergognare delle mie curve, mi sono sentita troppo appariscente e in colpa.
Per fortuna riesco a prendere una stradina dove l’auto non poteva passare e mi libero di loro non sapendo che avrei incontrato di lì a poco un altro essere che dopo avermi seguito per qualche metro, inizia a masturbarsi davanti a me… terrorizzata e schifata corro cercando un luogo più affollato, con le lacrime agli occhi, impaurita chiamo il mio ragazzo chiedendogli di venirmi a prendere.
Ho sempre timore a uscire da sola, a qualsiasi ora. So che ci sarà sempre qualcuno che farà apprezzamenti non graditi, che commenterà il mio corpo, che crederà di avere il diritto di esprimere i propri sporchi pensieri liberamente e credetemi, sono stanca di sentirmi appariscente con un semplice top e con dei semplici jeans ma non ho intenzione di vestirmi con abiti che non mi appartengono solo per evitare che gli uomini mi guardino. Non sono io a dover cambiare.

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51+

La storia di Chiara: molestie in stazione a Milano, e un ragazzo che aiuta

La mia è una storia positiva, finita bene (o sarebbe meglio dire nemmeno iniziata) per merito di un ragazzo con occhi di falco e abbastanza buon cuore da intervenire.

Quando scendo in stazione a Milano ho spesso la sensazione che lo sport preferito da un nutrito gruppo di uomini sia guardare ragazze che potrebbero tranquillamente essere loro figlie come se fossero delle bistecche al sangue, ed è una cosa che trovo semplicemente disgustosa: non mi reputo una ragazza particolarmente bella, ma non appena metto un vestitino o mi trucco un po’ piú del solito mi sento anche io addosso certi sguardi non semplicemente compiaciuti o curiosi, ma letteralmente viscidi; non essendo peró mai stata avvicinata o importunata da nessuno ho sempre cercato solo di ignorare e disgustarmi silenziosamente.

Mi è capitato un giorno di perdere la coincidenza e di dover aspettare mezz’ora per prendere il treno successivo; la stazione era poco affollata, quasi vuota. Scendendo dal treno avevo avuto la fervida sensazione che qualcuno -un tale fra la cinquantina e la sessantina che mi aveva urtato durante la frenata e si era scusato in mille modi, tastandomi il braccio per assicurarsi che non mi fossi fatta male- mi seguisse. L’avevo subito trovato stupido: come si fa a seguire una persona in una stazione, un luogo pubblico e cosí piccolo, con tanto di polizia ferroviaria? Non c’ho fatto caso e mi sono seduta su una panchina libera.
Subito dopo noto che un ragazzo sceso con me, quasi arrivato all’uscita della stazione, si ferma e si guarda in torno, quindi torna indietro e continua a guardarsi intorno, come se aspettasse qualcuno. Si dirige alla mia panchina e si siede al mio fianco, senza smettere di guardarsi intorno: nonostante ci fossero altre panchine libere e la mia fosse completamente vuota, mi si era seduto vicino, mettendo in mezzo solo lo zaino. Continua a perlustrare la stazione e io continuo a pensare che aspetti qualcuno.
Passa la mezz’ora e il binario del mio treno appare del tabellone, quindi mi alzo e il ragazzo si alza con me: mi viene spontaneo pensare che debba prendere il mio stesso treno, invece si avvia verso l’uscita.
“Scusa” gli dico “qualche problema?”
E lui scuote la testa, serio, e mi indica un punto preciso dietro una colonna: “Quel tizio” ed era proprio l’uomo che mi aveva urtato mentre scendevamo dal treno “ti aveva puntato: ha cominciato a gironzolarti intorno da quando siamo scesi. Volevo assicurarmi solo che prendessi tranquilla il tuo treno.”
Stupefatta, riesco a malapena a ringraziarlo mentre lui aggiunge un augurio di passare una buona giornata.

Io ora credo che ragazzi del genere ci siano, che ci siano splendide persone disposte a perdere mezz’ora del proprio tempo anche solo per il sospetto che una persona possa essere in pericolo o possa essere in qualche modo lesa nella sua dignità. Io confido in loro, e mi auguro che il loro atteggiamento sarà un giorno l’unico possibile.

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72+

La storia di Denise: molestie a una festa universitaria

Era la prima festa universitaria a cui andavo. Eravamo io e altre due amiche e visto che volevamo dormire fuori alla notte, avevamo pantaloni lunghi e cardigan pesanti. Stavamo ballando quando un tipo, a cui non ho nemmeno visto la faccia, mi si è avvinghiato da dietro all’improvviso, toccandomi la pancia e il seno. Mi sono liberata e abbiamo continuato a ballare in un altro punto della discoteca. Non mi ha seguita e la serata è proseguita terribilmente.
Leggendo le altre testimonianze, capisco che questa è nulla in confronto, ma la sensazione di non aver potuto decidere di farmi toccare o meno, brucia ancora.

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37+

La storia di Giulia: “La cosa davvero spaventosa era tutta la gente che passa, sentiva e non muoveva un dito per fermarlo.”

Mi chiamo Giulia, ho 18 anni e vivo a Milano da sempre. Un giorno mi ero data appuntamento con delle amiche in Piazza Duomo, un punto di ritrovo piuttosto comune e molto frequentato. Per non parlare del fatto che si trattava dell’ora di punta, il mezzogiorno.
Quel giorno sono arrivata un po’ in anticipo e mi sono trovata a dover aspettare. Nulla di che, succede spesso. Inoltre, essendo circondata da persone e in pieno giorno non mi sentivo per nulla in “pericolo”. Tuttavia, a un certo punto, mi si è avvicinato un uomo che avrebbe potuto tranquillamente essere mio padre che ha cominciato a parlarmi. All’inizio, avendo le cuffie dell’mp3 non me ne ero nemmeno resa conto, ma a un certo punto mi accorgo che qualcuno cerca di attirare la mia attenzione. Convinta che avesse bisogno di qualche informazione lo ascolto e quello che sento non è certo una richiesta di indicazioni stradali. I commenti erano a dir poco volgari.
Indignata mi sono allontanata, rimmettendo le cuffie, ma lui, non contento, ha preso a seguirmi e a insultarmi con un volume di voce sempre più alto. E io ero sempre più spaventata.
La cosa davvero spaventosa era tutta la gente che passa, sentiva e non muoveva un dito per fermarlo.
Se non fosse stato per un ragazzo, di cui mi rammarico di non sapere nemmeno il nome per ringraziarlo a dovere, che si è messo tra me e l’uomo fingendosi mio amico per farlo allontanare non so proprio cosa avrei fatto…
É stato terribilmente umiliante. E frustrante: perché non posso restare tranquilla nella mia stassa città?

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54+

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