La storia di anonima, da Roma: molestie nel campus universitario

Vivo nel campus universitario: è un luogo in cui entra solo chi deve andare all’università o all’ospedale, quindi l’ho sempre considerato un luogo sicuro.

Sempre, fino a qualche settimana fa. Saranno state le sette di sera, quindi era già buio, e avevo un vestitino, i capelli sistemati e il trucco fatto bene. Insomma, anche per una che ha un sacco di problemi di autostima, mi sentivo veramente carina.

Camminavo verso l’uscita del campus dove avrei preso un autobus, quando incrocio un uomo sulla cinquantina che stava percorrendo la stessa strada ma nell’altra direzione.

“Hey, bellezza,” io lo ignoro e tiro dritto per la mia strada. Quando gli passo vicino si ferma e fa per toccarmi, ma mi scanso. Scossa, ma tutto sommato abbastanza tranquilla, continuo a camminare.

Ripeto che lui stava andando nell’altra direzione, quindi capirete la mia sorpresa quando me lo sono rivisto davanti dopo tipo cento metri.

“Tesoro, sei bellissima, vieni qua che ti porto a fare un giro in macchina” mi dice, avvicinandosi.

“Grazie, ma no, grazie” gli rispondo, e lui fa una faccia strana, poi mi afferra per un braccio e prova a trascinarmi. Io mi divincolo, gli tiro un calcio nei testicoli e corro via verso la mia stanza.

Inutile dire che da allora non sono più uscita di sera senza farmi venire a prendere in macchina proprio sotto dove abito.

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La storia di Chiara: riflessione su ciò che le persone definiscono “innocenti complimenti”

Più che una molestia, ciò che mi è successo è stato qualcosa che mi ha fatto riflettere su ciò che le persone definiscono “innocenti complimenti”. Stavo camminando tranquillamente con una mia amica per una festa di paese. Avevo in mano un cartoncino con dei cannoli siciliani, riconoscibile dall’imballaggio. Mentre parlo con la mia amica noto da lontano un ragazzo sui 30 anni che mi fissa insistentemente mano a mano che ci avviciniamo al tavolo in cui era seduto con degli amici. Ero già pronta mentalmente all’idea che mi avrebbe fissata in un modo che trovo fastidioso, quindi ero pronta a ignorarlo. Però, mentre superavamo il tavolo, il tizio si è voltato di 180° per continuare a guardarci e ha esclamato a voce alta “A questa gli hanno regalato i cannoli” in un dialetto da osteria di bassa lega, scatenando l’ilarità dei suoi amici. Non ero neppure arrabbiata, anzi, ero di buon umore per la presenza della mia amica, quindi d’istinto mi sono voltata e guardandolo negli occhi gli ho detto “Veramente li ho comprati”. La sua reazione è stata quanto meno peculiare: ha sgranato gli occhi formando un sorriso imbarazzato, ha alzato i palmi per discolparsi e mi ha detto “Scusami, non volevo”. Io mi son voltata senza rispondergli con il sorriso sul volto, perché ero seriamente di buon umore. Ma ciò mi ha fatto riflettere molto: se sono solo battute, se sono solo complimenti, perché il ragazzo in questione si è sentito in dovere di discolparsi e chiedermi scusa? È la coscienza sporca che porta a scusarsi in questo modo perché in realtà non sono mai “solo complimenti”, e chi si rivolge alle persone in questo modo è il primo a saperlo bene.

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14+

La storia di V.: “perché non sono libera di decidere cosa per me è una molestia in strada?”

Stavo semplicemente facendo un giro di shopping natalizio a Venezia, dove vivo. Ero da sola e camminavo scrivendomi con il mio fidanzato al cellulare.
Un uomo mi si affianca e mi dice “Ciao Bella, camminiamo assieme?”
Allungo il passo e gli dico “Ma lo sai cos’è una molestia in strada?” Mi risponde “Mi sa che non hai bene chiaro tu cosa sia”.

Incazzata nera, perché una risposta del genere mi fa INCAZZARE, salgo sul Ponte della Costituzione (quello di Calatrava in vetro, per intenderci), continuando a scrivermi col fidanzato.
Un passante mi sfiora e mi dice “basta sempre coi cellulari”.
Carica per l’episodio di due secondi prima gli urlo “Fatti i cazzi tuoi!”
Non si gira, forse non mi ha sentito. Questa cosa mi esaspera.

Seriamente: STAVO SOLO CAMMINANDO FACENDOMI I FATTI MIEI. Perché io? Perché non devo scrivere al cellulare se ne ho voglia? Perché disturbarmi e disturbare la mia quiete.
Ma soprattutto, perché non sono libera di decidere cosa per me è una molestia in strada?

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25+

La storia di anonima: “L’unica cosa che mi rimane di quella sera è la rabbia per aver affrontato la cosa con totale indifferenza e di non aver reagito come avrei dovuto”

Quest’anno ho iniziato la patente e per questioni di tempo vado di sera alle lezioni; per fortuna è a soli 5 minuti da casa.
È successo due settimane fa, avevo appena terminato la lezione, erano le 20.00 e qualche minuto, nemmeno due passi appena fuori dalla scuola guida e mi ritrovo un gruppetto di quattro uomini sul mio stesso marciapiede, che venivano nella mia direzione. Qualche secondo prima non ho fatto molto caso alle loro figure fin quando non ci siamo incrociati, essendo il marciapiede stretto mi hanno fatto spazio, esaudendo con alcuni commenti detti con un tono non molto piacevole,ad esempio: “Ehi, lo sai che sei proprio bella?”. Non ho fatto caso agli altri commenti ero troppo occupata a osservare i loro movimenti, compreso quello dell’ultimo della fila dei “vecchiacci pervertiti” che si spostò facendomi un inchino; alla fine mi ricordo solo che mentre mi allontanavo uno di loro mi urlò:” Amore stai facendo la patente?!”. L’unica cosa che mi rimane di quella sera è la rabbia per aver affrontato la cosa con totale indifferenza e di non aver reagito come avrei dovuto.
“Non sono io che dovrei aver paura di loro, ma loro di me…”

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22+

La storia di M.: molestie alla fermata dell’autobus a Torino

Rientravo da casa di un’amica la sera di Halloween. Avevo già perso due pullman ed ero scocciata di rientrare a casa più tardi di quanto avessi preventivato. Mentre uscivo velocemente dalla metro di Porta Nuova per attendere il 68 un uomo ubriaco mi guarda e inizia a chiedere “Dove corri, morettina?”. Ero di fretta e ci feci poco caso. Alla fermata dell’autobus però lo vidi ritornare. Quasi si gettò addosso a me, facendo finta di avermi urtata per sbaglio. Eppure c’era veramente tanto spazio. Rimaneva lì attorno, non mi sentivo sicura e sono andata via dalla fermata. Sono rientrata a piedi a casa, di corsa. Ero scocciata al doppio, sia per il mio ritardo che per il fatto che non mi andava per niente di essere disturbata.

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27+

La storia di Piero: “quando ci si ritrova in queste situazioni è come ritrovarsi in fondo a un pozzo. Ed è sicuro più facile uscirne se qualcuno ti porge una mano.”

Ero sul treno seduto tranquillamente quando alla fermata successiva alla mia è salito un uomo sulla 30ina dall’aria trasandata e visivamente brillo.
Questa persona si è seduta sul posto di fronte al mio e dopo pochi minuti ha iniziato a farmi domande su di me e la mia vita.
Un po’ insospettito,, ma comunque non infastidito gli ho risposto, non immaginandomi minimamente come sarebbe progredita la cosa.
L’uomo ha continuato nelle sue domande e alle mie rivolte a lui rispondeva con grande fantasia e con evidenti falsità, ma ciò non mi interessava molto.
Purtroppo però la cosa è degenerata. L’uomo ha cercato il contatto con la mia gamba e la mia mano, io molto infastidito ho preso le distanze, ma comunque non ho cambiato posto.
Vedendomi contrariato mi ha posto una domanda:”che ne pensi di me?”
La mia risposta fu gelida: “sei un gran maleducato”
Sentendo ciò la situazione è rapidamente degenerata, l’uomo ha alzato la voce e ha cercato insistentemente un contatto (allungando le gambe o le mani).
Non mi ricordo in che momento ma disse anche: “sei la più bella cosa che mi è capitata oggi” come fossi un oggetto nelle sue mani.
Vedendo che la situazione andava sempre peggiorando ho deciso di alzarmi e andarmene in un altra carrozza nella speranza di non dover ricorrere alla forza per mettere fine a questa bruttissima esperienza. Per fortuna non mi seguì.
In tutto ciò la persona vicino a me ha sentito e visto tutto e non ha mosso un dito. Sicuro altri anno sentito e non hanno detto nulla.
Prima ancora di cambiare la testa dei molestatori bisognerebbe cambiare la testa di tutte le persone che rimangono indifferenti al vedere una persona molestata.
Perché quando ci si ritrova in queste situazioni è come ritrovarsi in fondo a un pozzo. Ed è sicuro più facile uscirne se qualcuno ti porge una mano.

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71+

La storia di Anna: molestie a Rimini con risposta!

Qualche anno fa, d’estate, passeggiavo con la mia amica L. sul lungomare di Rimini. L’illuminazione era bassa e non c’era molta gente, non nel luogo in cui eravamo noi almeno.
Passiamo tre ragazzi seduti su una panchina e uno di questi, con fare piuttosto serio, si alza e ci urla “Vi va di fare qualcosa con tre bei ragazzi?”, io che non sono il tipo che sta zitta mi giro e gli rispondo che di ragazzi non ne vedevo, c’erano solo bambocci, il mio commento fece innervosire lui e i suoi amici che a questo punto si erano alzati a loro volta e si erano avvicinati.
Il ragazzo che ci aveva urlato dietro a quel punto mi guarda e dice “Beh, ma tu sei grassa, non dovresti aver sempre voglia quando qualcuno te lo chiede?”, a quel punto la mia amica mi strattona via e ci spostiamo verso una zona più popolata, ma riesco comunque a fargli sapere che era un pezzente.

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54+

La storia di Marta: molestie con risposta sulla 90 a Milano, e il molestatore desiste e se ne va.

Eccomi a raccontare un’altra molestia subita sul filobus 90, questa è appena successa.
Stavo (e sto ancora) andando alla mia lezione di tip-tap e il tram era affollatissimo, eravamo uno addosso all’altro.
Mentre mi facevo i fatti miei sento totalmente il pene di un ragazzo dietro di me sul mio didietro. Mi volto di scatto e lo fulmino con gli occhi. Non ho detto subito qualcosa, perché gli ho dato il beneficio del dubbio ma mi sono messa a fissarlo e ad osservare i suoi movimenti (la prossima volta proverò a linciarlo subito!)
Si gira di scatto verso una ragazza e vedo che si addossa su di lei ma c’era tantissima gente. Mentre lui è un po’ distratto, vado dalla ragazza e le chiedo “la sta disturbando?” e lei a occhi bassi risponde negativamente. Io inizio a fissarlo negli occhi, allora lui si gira e riesce a riservare lo stesso trattamento a due signore con la scusa di non riuscire a reggersi in piedi.
A quel punto l’ho preso e gli ho detto:”Ma cosa sta facendo? La finisce di strusciarsi addosso a tutte? Si attacchi ad altre parti, c’è spazio, non al nostro sedere! Fa schifo questa cosa, lo sa?!?!” . Dopo questo, anche la ragazza che aveva negato prima l’accaduto prende posizione:” ha ragione, deve finirla!!”. Lui cerca di giustificarsi ma non ce la fa, e scende alla fermata successiva.
Tremavo di adrenalina. Soprattutto perché un signore mi ha detto: “Signorina, attenta a rispondere, poteva essere un individuo pericoloso che la avrebbe potuto farla fuori quando scendevate dal tram”. Di risposta mezza soffocata ho detto che infatti ci voleva collaborazione e che in quel momento non ero in pericolo e che di principio non è possibile subire molestie tutti i giorni: bisogna rispondere.
La ragazza mi ha guardata negli occhi e mi ha fatto un lungo sorriso: ho capito di aver fatto la cosa giusta.

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73+

Le storia di una volontaria di Hollaback, da Torino: “Mi sentii lasciata sola dalla collettività…l’unica persona che passò di lì non fece nulla rispetto a ciò che stavo subendo”

Sono stati due gli episodi di molestie che mi hanno segnata.
Nel primo episodio avevo quindici anni e stavo tornando a casa dalle ripetizioni di matematica; era una domenica mattina e in giro per Torino non c’era praticamente nessuno. Incrociai due ragazzi poco più grandi di me, e immediatamente percepii una situazione di disagio che in quel momento non mi spiegai, e istintivamente mi venne da guardare per terra. Pochi secondi dopo uno dei due mi infilò una mano in mezzo alle gambe premendo con forza. La tolse subito, ridendo. Mi girai e cercai di tirargli un pugno senza successo. Ridettero entrambi e dissero qualcosa che non capii. In quel momento in bici passò un signore di mezza età che vide tutto, ma anziché scendere per accertarsi se fossi o no in pericolo, urlò ai ragazzi una parolaccia e se ne andò. I due si allontanarono ridendo…mi allontanai anche io, nemmeno troppo velocemente, impietrita dalla situazione. Mi sentii non mia…come se il mio corpo non fosse stato solo mio, ma anche di chiunque avesse avuto voglia di toccarmi. Mi sentii lasciata sola dalla collettività..l’unica persona che passò di lì non fece nulla rispetto a ciò che stavo subendo e quello che, se i due non si fossero allontanati, avrei potuto subire. Tornata a casa, raccontai l’episodio all’unica persona adulta vicina a cui avrei potuto raccontarlo senza rischiare di venire chiusa in casa per gli anni seguenti: mio fratello; mi chiese quanti anni avevano e disse che si era trattato di due ragazzini deficienti. All’epoca non sapevo che fosse lecito che la sua risposta potesse non bastarmi.
Nel secondo episodio di molestia mi trovavo invece in provincia di Torino, avevo diciotto anni e assieme a mia cugina, all’epoca quattordicenne, ero nel parco di fronte a casa sua. Dopo poco il nostro ingresso al parco, poco distante si sedettero il suo vicino di casa, sulla cinquantina, e un ragazzo sui venticinque anni. Cominciarono a chiamarci, a dire che li stavamo guardando e che eravamo interessate a loro. All’inizio la prendemmo sul ridere, anche perché eravamo di fronte a casa sua, tanto da riuscire a vedere mia zia stendere i panni sul balcone. Volevamo uscire dall’entrata che portava in due secondi alla casa di mia cugina, ma loro erano seduti proprio li davanti. Cominciammo a sentirci a disagio..nel parco c’eravamo solo noi e loro, per la strada non passava nessuno e non avevamo con noi i cellulari..eravamo di fronte a casa, perché mai avremmo dovuto portarli? C’era un’altra entrata..ci incamminammo in quella direzione e allo stesso tempo vedemmo i due alzarsi di fretta per salire sul trattore che avevano parcheggiato davanti all’entrata. Capimmo che la situazione si era fatta pericolosa e cominciammo a correre, purtroppo in direzione opposta alla casa di mia cugina perché loro stavano arrivando col trattore proprio da lì. Era una strada di provincia e impiegammo qualche minuto per raggiungere le prime case…sentimmo che stavano arrivando e non avendo il tempo di suonare ai citofoni delle casa ci buttammo in un fosso, sperando di non essere viste. Arrivarono e dal trattore cominciarono a guardarsi intorno e a chiamarci..”biondina, brunetta, dove siete?”…rallentarono sempre di più..era facilmente intuibile che non potevamo essere andate lontane..avevamo paura, molta.. pensai che stavolta non si sarebbero limitati a mettermi la mano in mezzo alle gambe…ma com’era stato possibile trovarsi in quella situazione? Come mai non avevamo chiamato mia zia? Era davanti a noi..stava stendendo..ah sì, ora ricoravo..non avevo urlato perché nonostante fossi a disagio e stessi cominciando a non sentirmi sicura, non essendoci ancora stata una situazione chiaramente inequivocabile, ero rimasta lì…non avevo reagito, come sì fa solitamente in queste situazioni..non volevo sentirmi dire che stavo esagerando per un semplice complimento..chissà se mia cugina stava pensando lo stesso..ero molto spaventata per lei..era una ragazzina e io coi mie diciotto anni, quelli con cui si pensa di cominciare a conquistare il mondo, non potevo fare nulla per aiutarla e per aiutare me stessa. I due non ci videro e forse rintontiti dall’alcool che avevano con se, decisero di guardare più avanti. Rimanemmo impietrite per qualche secondo, aspettandoci di vederli tornare indietro da un momento all’altro..non vedendoli, decidemmo di suonare a tutti i citofoni delle case, ma nessuno rispose. Intravidi un anziano che stava tagliando il prato e cominciai ad urlare per attirare la sua attenzione; si avvicinò e gli dissi che dovevamo telefonare a casa perché due uomini ci stavano seguendo (non ricordo esattamente cosa dissi..). Ci fece telefonare e rimase li con noi..i due non tornarono e poco dopo arrivò mio zio a prenderci. Raccontammo quello che era successo e una volta a casa lui andò direttamente dal vicino, che nel frattempo era tornato a casa. Il vicino negò tutto, disse che era sposato e aveva due figli e che noi ci eravamo inventate tutto. Mio zio gli disse qualche parolaccia, ma poi se ne andò..non mi fu chiaro se reagì così perché davvero gli venne il dubbio che noi avessimo esagerato. Io e mia cugina sentimmo chiaramente il vicino dire “se trovo in giro quelle due, lo so io cosa le faccio”; rimanemmo impietrite..io più di lei. Il giorno dopo i miei zii raccontarono l’accaduto ai miei genitori, ma sembrava un episodio come un altro e non la fortuna di essere scampate a quella che aveva tutta l’aria di poter diventare una violenza sessuale. Anche in questo caso mi rimase l’amaro in bocca, oltre a un forte sentimento di impotenza e rabbia. Quello che avevo vissuto era stato percepito come una cosa normale che stava nell’ordine delle cose. In fondo non era successo niente. Per me non era stato così.

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Intervista al gruppo “Lesbica non è un insulto”

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In occasione della decima edizione di Paratissima, evento artistico torinese, abbiamo conosciuto e intervistato le ragazze del gruppo Lesbica non è un insulto: Martina, Fabiana, Morena, Letizia e Dunja. Le troviamo al padiglione E, davanti alla foto che Martina Marongiu, la fotografa del gruppo, ha scattato per l’edizione di quest’anno. Il progetto si chiama AMEN, e la foto ritrae un bacio tra Letizia e Morena, coppia nella foto e nella vita. Ai nostri occhi più che il loro bacio risalta la scritta sul braccio di Letizia, un AMEN appunto, scritto in nero, bello ed evidente. “Volevo una parola d’impatto, semplice, internazionale e provocatoria. Volevo che questa foto attirasse l’attenzione sul legame tra omosessualità femminile e religione, poiché per essa, o almeno per quella ufficiale, noi non esistiamo e non esiste nemmeno la possibilità di poter avere una fede religiosa pur essendo una donna lesbica”. Letizia, una delle modelle, ci dice che la sua idea di religione, nonostante tutto, rimane positiva: “ho conosciuto personalmente Don Gallo e per me è quella la vera cristianità, quella che si interessa a tutt*, anche alle persone che la società considera marginali. Gli avevo anche presentato Morena, la mia ragazza”.

Martina afferma che il loro progetto precedente, presentato all’edizione di Paratissima dello scorso anno e titolato come il nome del gruppo stesso Lesbica non è un insulto, raccontava i più scontati stereotipi sulle lesbiche; “nelle foto le modelle hanno scritte sul corpo le frasi di risposta alle discriminazioni vissute in prima persona, come ‘non tutte le lesbiche hanno i capelli corti’ o ‘non ostento esisto’”.

Letizia sottolinea l’importanza del ripetere la parola lesbica: “sembra che non sia una parola come un’altra, ma esista solo con accezione erotico-pornografica. Non ci sono nemmeno dei veri e propri insulti per noi” dice ridendo, “perché se per trovare un termine negativo per l’omosessualità maschile ci mettiamo pochissimo, abbiamo difficoltà invece per quella femminile. C’è bisogno di dirlo, e ripeterlo: per questo volevo il termine lesbica nel nome del nostro gruppo. Così le persone lo devono dire per forza”.

“Mi ha ispirata il progetto The Feminist Photos della fotografa newyorkese Liora K”, prosegue Martina, “che riprendeva vittime di abusi sessuali: queste avevano scritte sul corpo le frasi che l’abusante aveva rivolto loro; volevo fare mio il senso degli scatti, parlando però di discriminazioni che riguardavano direttamente me e le mie amiche, che ho poi voluto con me nel progetto”.

Parlano di cose importanti le ragazze di Lesbica non è un insulto, e riescono a essere solari e splendide anche quando chiediamo del feedback che la foto sta ricevendo dal pubblico di Paratissima: “l’affluenza è molto alta ed è formata da persone diverse tra loro per età, estrazione sociale e idea di cosa possa essere definito bello. Le reazioni sono varie, positive e negative”. Uno dei commenti su cui ridono è “che schifo, non è adatto ai bambini”; ma ridono anche delle facce che hanno visto davanti alla foto, e di chi passa oltre, e di alcuni uomini che come dice Martina “hanno fatto gli splendidi”, o hanno esclamato ‘che bella foto! Siete proprio bellissime’.

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Ed è così che arriviamo a parlare di molestie in strada. Letizia inizia determinata: “Se sono in condizioni sicure rispondo sempre. Quando mi fischiano, o fanno del catcalling, mi giro, do del Lei e chiedo ‘scusi signore, ci conosciamo?’. Di solito rimangono spiazzati, ma se insistono, rispondo ancora dicendo che non li conosco e non sono interessata a farlo. Se ogni persona molestata rispondesse (sempre valutando di non trovarsi in una situazione di pericolo!), si riuscirebbe a far sentire chi ci molesta piccol@ piccol@“. Racconta poi di un altro episodio in cui ha reagito: “ero in giro con Morena e le ho dato un bacio veloce, e dei ragazzini hanno iniziato a dire ‘dai forza dagliene un altro, dagliene un altro’. Gli ho fatto il verso e le boccacce, e devono aver pensato che oltre ad essere lesbica fossi anche pazza”, ride, “ma almeno si sono zittiti.”

Martina ci racconta subito degli episodi di molestie lesbofobica: “ero in Piazza Castello (centro di Torino) con la mia ex ragazza che stava male. Era semplicemente appoggiata alla mia spalla, e un gruppo di ragazzi ha iniziato a gridare ‘ehi, lesbica! Vieni qua che ti faccio cambiare idea’. Siamo andate via, non ci sentivamo sicure.”

Proseguono con i racconti: “un altro episodio che mi viene in mente è stato quando la mia ragazza ed io passeggiavamo mano nella mano in Via Po (centro di Torino) e una signora al telefono ha detto al suo interlocutore ‘guarda ‘ste due sceme che fanno le lesbiche’”.

“Non è giusto” afferma Letizia “dare per scontato che la molestia accada, aspettarsela ogni volta che si esce di casa. È stressante. Perché mi devo stressare io e non tu, che mi oggettivizzi e non ti chiedi minimamente che effetto abbia la tua molestia su di me?”. Martina le da ragione “è vero. Per molte persone è scontato molestare per strada, e in pochi si interrogano su questo ‘potere’ che viene dato ad alcun* e ad altr* no. Servono più persone privilegiate che si interroghino su questi stessi privilegi e che si oppongano alle discriminazioni, a ogni livello, anche se non sono direttamente coinvolt*”.

I discorsi si infittiscono, gli argomenti toccati sono tantissimi e vari. Ritorniamo al padiglione, dove si trova la foto di Martina, e salutiamo un’altra ragazza del gruppo, Fabiana, che stava gestendo una possibile vendita.

Il loro progetto è semplice, ma diretto. Lesbica non è un insulto è un monito a tutt* coloro che vogliono impedire ad alcune persone di essere ed esistere autenticamente, ingabbiandole in tremendi pregiudizi e stereotipi. Un monito per loro e una gioia per noi. Di progetti così vivi e vitali ne servirebbero milioni.

Laura e Alessia

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Qui trovate tutte le info sul gruppo e sul progetto Amen:

Sito: http://www.lesbicanoneuninsulto.it
FB: https://it-it.facebook.com/lesbicanoneuninsulto
Instagram: lesbicanoneuninsulto
Email: i[email protected]

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