La storia di anonima: “quando potremmo andare in giro senza essere sempre in allerta e senza doverci sempre guardare alle spalle?”.

Da poco mi sono trasferita in Inghilterra per poter studiare meglio l’inglese e riuscire a parlarlo correntemente, qualche giorno fa stavo tornando a casa col treno e ho dovuto fare un cambio; erano le 9.20 ed ero in stazione ad aspettare la coincidenza, ero molto spaventata a prescindere perché le stazioni di notte diciamo che mi mettono addosso un po’ di inquietudine. Dovevo passare dal sottopassaggio e in cima a esso c’erano due uomini che fissavano chiunque passasse, faccio un bel respiro e passo; i due iniziano a fare i versi di come quando si chiama un gatto e fare quei fastidiosissimi fischi. Ho tirato dritto e sono andata nella sala d’aspetto dove c’erano anche un’altra ragazza e un signore. Lo so, in confronto ad altre storie che si sentono la mia è una bazzecola, ma vi assicuro che io non stavo bene e a ripensare alla situazione mi viene addosso un ansia. Continuavo a voltarmi a vedere se c’era qualcuno dietro di me e così ho fatto anche per altri buoni 20 minuti nel tragitto stazione a casa, quasi a correre con la paura che qualcuno potesse uscire dal nulla… mi chiedo solo quando tutto questo potrà mai finire, quando potremmo andare in giro senza essere sempre in allerta e senza doverci sempre guardare alle spalle..

Cmq io ho raccontato questa storia che mi è successa qualche giorno fa, ma purtroppo situazioni simili capitavano anche molto più spesso quando vivevo in Italia (in Lombardia).

Sono con te
6+

La storia di Rossana: molestie sulla strada per l’università

Ho vent’anni e vado in università.
Prendo l’autobus e poi ho un pezzo di strada a piedi, una via larga e molto trafficata e c’è solo un pezzo che è più stretto degli altri che taglia, per circa dieci metri neache una via abbreviandomi così il percorso.
Oggi, naturalmente, ho fatto la stessa strada di sempre solo che all’ingresso di questa via c’erano cinque uomini vestiti piuttosto bene che fumavano una sigaretta.
Non mi sono preoccupata più di tanto e mi sono avvicinata. Anche loro sono entrati nella strada e uno di loro è andato, o così almeno sembrava, a sbattere contro un palo e, arretrando, è venuto addosso a me.
Per pura gentilezza gli ho chiesto se si fosse fatto male visto che si teneva la fronte come se avesse preso una testata piuttosto forte: lui si leva la mano dalla fronte e me la mette subito sulla guancia dicendo che ero troppo bella e lo aveva fatto apposta per vedermi e che dovevo restare lì con lui un po’.
Mi sono spostata il più velocemente possibile e ho continuato a camminare fino a uscire dall’altra parte della strada raggiungendo così lo stradone principale dove passava un sacco di gente. Lui, vista la mia reazione, ha cominciato ad urlarmi “vieni qui, troietta, vieni qui che ti voglio dare un bacio!”.
Ho ancora nel naso la puzza del suo fiato che sapeva di alcol e sigaretta e nelle orecchie le risate degli altri quattro che erano con lui.
Non mi sono mai sentita così male in vita mia, avrei voluto rispondergli, o, almeno, chiedere aiuto, ma purtoppo non sono stata capace. Sono riuscita solo ad andare via in silenzio e pensare che da domani cambierò strada.
È impensabile non poter neanche andare all’università in pace, e soprattutto, è assurdo trovare qualcuno ubriaco, alle undici del mattino, a tal punto da dire certe cose in pieno centro città a una ragazza che, per età, poteva davvero essere sua figlia.

Sono con te
23+

La storia di Irene, da Palermo

Ho 23 anni e questa che sto per raccontarvi è in assoluto la prima molestia che abbia mai subito. Abito in quartire molto piccolo, tutti si conoscono almeno di vista; ricordo che era estate e quel giorno mia mamma mi aveva dato il permesso di andare a comprare il pane a piedi (da casa mia al panificio, in pratica dovevo solo attraversare la strada). Mentre cammino lungo il marciapiede, vedo da lontano un ragazzino che avrà avuto sui 17 anni circa avvicinarsi in bici, lo conoscevo di vista ed era conosciuto per non essere totalmente per bene. Mentre mi sorpassa, fa un giro e torna nella mia direzione, rallentare e mi da una pacca sul sedere che per poco non mi ha buttato a terra e se ne va ridendo.
Sono rimasta sconvolta, gli ho urlato che era un cretino e me ne sono andata a casa.

A distanza di anni, ripensandoci, mi sento male. Avevo solo 11 anni, ero una bambina e mi gasavo se andavo a prendere il pane da sola, cosa ha spinto questo qui quasi maggiorenne a palparmi? Nessuno gli ha detto niente, non mi ricordo che ci fosse gente. L’unica “consolazione” è l’avergli risposto, ma sono così stanca di stare sempre sul chi vive quando cammino per la strada.

Sono con te
32+

La storia di Anonima, da Viareggio

Questo è stato il primissimo caso di molestia che abbia subito in vita mia e nonostante non sia successo niente di veramente grave (non ho rischiato violenza, non mi hanno toccata né hanno cercato di fermarmi), all’epoca mi traumatizzò e non l’ho più scordata.
Avevo all’incirca 13-14 anni, era estate e tornavo in bicicletta dal mare. Mentre pedalavo, vedo un ragazzo molto più grande di me (aveva sicuramente sui 20-25 anni) venirmi incontro in bici in direzione opposta. Il tipo mi guarda con uno sguardo veramente viscido e un sorriso maligno e mi apostrofa con un “Abbella!”
Io, che ero una ragazzina, oltretutto molto timida e introversa, sono rimasta scioccata: mi volto a guardarlo a bocca e occhi spalancati, sbandando anche con la bici per lo spavento, e lui, per nulla turbato dalla mia reazione, non solo non si scusa, ma si gira e rincara la dose, sempre con quel sorrisetto da spaccargli i denti: “Ciao bella!”
Sono tornata a casa con le braccia che mi tremavano e sono scoppiata a piangere. Per diversi giorni ho avuto paura di uscire.
Forse la mia reazione sembrerà esagerata, e magari lo è stata veramente, ma mi sconvolse che un ragazzo ormai adulto rivolgesse attenzioni di quel genere a una ragazzina preadolescente, e soprattutto con un così palese intento di mettere in imbarazzo, umiliare, ferire. Era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere e improvvisamente non mi sentivo più al sicuro: come avrei avuto il coraggio di riattraversare la pineta da sola? E se fosse successo di nuovo? E se la prossima volta il tipo non si fosse accontentato di fare apprezzamenti? Come mi sarei difesa?
Ecco perché posso dire a chi accusa le donne di essere isteriche e di fare le vittime che no, non sono solo complimenti, che non è nulla di grave: la mia reazione a quella prima molestia lo dimostra. Non ero una “nazifemminista” incallita e rabbiosa, non ero una lesbica repressa che odia gli uomini, ero solo una ragazzina spaventata.

Sono con te
33+

La storia di Irene: molestie in autobus

E’ successo quasi 3 anni fa, avevo 19 anni. Ero tranquilla in autobus che tornavo verso casa, era molto affollato. Ero piuttosto vicina all’entrata, quando entra un uomo sui 35 anni e si mette a spingere fino ad appiccicarsi a me. Visto che, come ho detto, l’autobus era molto affollato, non mi sono allarmata per nulla, eravamo tutti piuttosto attaccati. Aveva in mano una busta dall’aria pesante e con la scusa di appoggiarla a terra infila la mano tra le mie cosce sul pube e preme. Avevo già subito molestie verbali o da parte di bestie che lo tiravano fuori in pubblico di fronte a me, ma era la prima volta che mi capitava una cosa del genere, per cui rimasi totalmente spiazzata e non riuscii a reagire. L’unica cosa che feci fu scostarmi all’istante, guardarlo malissimo e allontanarmi il più possibile. Col senno di poi mi pento tantissimo di non essere riuscita a reagire. Mi sono sentita angosciata e con le lacrime agli occhi per il resto della durata del viaggio, quando tornai a casa ero visibilmente turbata e anche i miei genitori lo notarono. Sul momento non riuscii a dir niente, sentivo addosso quel senso di colpa inspiegabile, per di più erano i miei genitori, come metterli davanti al fatto che la loro bambina viene vista in modo sessuale da uomini anche adulti da un bel pezzo? Alla fine non ce la feci e scoppiai a piangere raccontandogli tutto, ovviamente si arrabbiarono quanto me per l’accaduto e mi consolarono molto. A ripensarci mi vengono ancora rabbia e tristezza, non riesco ad accettare queste situazioni. Oltretutto quel giorno ero vestita con scarpe da ginnastica, jeans, felpa ed ero struccata, quindi le bestie che la usano non avrebbero nemmeno potuto tirar fuori la ridicola scusa del “te lo sei cercata per come vai conciata in giro”

Sono con te
36+

La storia di Giulia: “Vorrei avere abbracci e coraggio ogni giorno.”

Ieri mentre camminavo tra le vie di Roma dentro il corteo organizzato nel pomeriggio ho subito l’ennesima molestia in strada.
Mentre passavo di fronte a un gruppo di turisti, un uomo anziano si ferma e inizia a fare commenti sul mio corpo. “Hey bella” “Ma lo sai che hai proprio un bel…(non finisce la frase e ride)” “Heeeyyy” e inizia a chiamarmi come si fa con i gatti.
Il fatto di essere accanto a molte persone mi ha dato la forza di voltarmi e urlare “VAFFANCULO”. Anche se in lui non ha sortito nessun effetto, io mi sono sentita liberata e davvero forte. La cosa che mi ha emozionata di più sono state un gruppo di ragazze accanto a me che mi hanno abbracciata.
Vorrei avere abbracci e coraggio ogni giorno.

Sono con te
38+

La storia di Lisa, da Mantova

Questa storia risale a 2 anni fa, ma ancora mi pesa come un fardello indelebile.
Ero appena uscita dalla stazione dei treni un po’ prima della sette di sera, era inverno e quindi buio. Ho attraversato la strada e superato un hotel, all’angolo c’è una stazione dei bus. Non dovevo aspettare il bus, ma mia madre che mi veniva a prendere.

In quella zona ci sono anche molti negozi di kebab e d’articoli africani e asiatici. Purtroppo per me, appena mi metto alla stazione del bus (vuota) escono da un negozio di kebab un gruppo di ragazzi, circa 8, i quali parlano la loro lingua e appena mi notano si dirigono verso di me. Io faccio finta di niente, ed estraggo il cellulare.

A quel punto alcuni di loro si mettono a fischiettare e parlare a voce alta, nella loro lingua, mentre uno di loro con portanza aggressiva mi si avvicina e mi dice “ehy bella, sei uscita dalla ronda stasera?” Preciso che ero vestita con un paio di leggings neri, gli anfibi un maxi golfone lungo e una giacca di pelle d’aviatore, quindi nulla di scandaloso o provocante (dato poi che scendevo dal treno).
Faccio comunque finta di niente, non reagisco, mi alzo dalla panchina e mi allontano di poco. Allora questi iniziano a scaldarsi e continuano a seguirmi, compreso quello che mi ha parlato, il quale continua “io credo che posso rimediare la tua serata, ho quello che stai cercando”.
Io mi infastidisco, ma non reagisco IN ALCUN DANNATO MODO.

Loro sono in gruppo, io da sola. Persone a piedi non stavano passando da quella zona, solo macchine e motorini. Devo ammettere che l’esperienza è stata terrificante e non avevo la minima idea di come reagire. Alla fine, ho iniziato a camminare velocemente verso la direzione opposta (la stazione) e sono entrata nella hall dell’hotel adiacente. Piangendo chiamo mia madre e le dico di venirmi a prendermi subito. Quando è venuta, ero così spaventata e avevo talmente tanta vergogna che non le ho detto nulla.

Questo senso di colpa che la società ci inculca, che siamo sempre noi le responsabili delle aggressioni per come siamo vestite etc. è molto sbagliato.

E ancora più sbagliato e inquietante è vivere nel terrore di una violenza sessuale di gruppo. Come è successo a me quella sera. Tutta questa misoginia, questo modo di importunare le donne sconosciute solo perché donne, deve finire il più presto possibile.
Non si può continuare a vivere col terrore della violenza che ci perseguita.

Sono con te
56+

La storia di Giovanna: molestie a una festa

Ciao, ho già scritto in precedenza, ma voglio condividere anche questa storia che, vi avviso già, sarà un po’ lunga. Ho 19 anni, vivo e studio a Londra. La prima settimana di università una mia amica mi ha invitato a una festa a casa di un suo amico. Non conoscevo nessuno tranne lei, ma mi stavo divertendo. A un certo punto vado in bagno semplicemente per controllare il trucco e i capelli perchè faceva molto caldo e mi sembrava che il trucco si fosse sciolto. Sto in bagno meno di 1 minuto, giusto il tempo di un’occhiata allo specchio. Apro la porta e un ragazzo polacco, con cui avevo scambiato 2 chiacchiere in precedenza, cerca di spingermi dentro dicendomi “dai vieni in bagno 5 minuti con me”. Con fermezza ma non aggressività gli dico “no grazie” e mi divincolo dalle sue mani che mi spingevano. Mi afferra il braccio e mi dice “dammi un bacio!”, gli dico NO. mi chiede perché e rispondo che non voglio. Allora mi riprende il braccio e mi ripete che vuole un bacio. Gli dico di lasciarmi in pace ma lui non demorde e mi chiede di parlare. Gli dico “io non ho niente da dirti” ma lui continua a insistere che mi vuole conoscere, allora gli dico: “se vuoi parlare dimmi cosa vuoi sapere e poi lasciami in pace”. Comincia a farmi tante domande personali e a raccontarmi di sé: “sei fidanzata?” “io sono un Dj” “quando hai perso la verginità?” ecc. per poi concludere con “mi offenderei davvero tanto se tu non mi baciassi adesso”. Gli rispondo molto arrabbiata “e offenditi io non ti bacio”. Me ne vado e cerco di stargli lontana tutta la sera. Quasi a fine serata ritorna a chiedermi ‘sto bacio ma io me ne vado di nuovo. A un certo punto si è fatto tardi e la festa finisce, prima di andare via saluto delle persone che avevo conosciuto quella sera ma cerco di stare il più lontano possibile dal polacco. Lui, viscido come un lombrico, si avvicina a me che ero di spalle e mentre mi giro per salutare un ragazzo approfitta del fatto che non l’avessi visto per allungare le mani e farle scivolare dal seno fino a giù ….GIù! rimango paralizzata per qualche secondo perché non me l’aspettavo proprio. Nel frattempo lui si allontana e ne approfitta per fare la mano morta anche sul lato B. Mi guardo un attimo intorno e un suo amico (un ragazzo con cui avevo fatto amicizia quella sera) mi guarda sconvolto e mi dice che è desolato, che il suo amico è un cretino e che gli dispiace tantissimo. Io lo guardo negli occhi e gli rivolgo uno sguardo che significava: “GRAZIE PER AVER CAPITO E PER QUELLO CHE HAI DETTO”. Senza dire niente prendo la giacca e la mia amica per il braccio ed esco da quella casa con una sensazione inspiegabile. Un misto tra ira funesta per quello che l’imbecille aveva fatto e la mia incapacità di reagire, tristezza per essere stata di nuovo vittima di offese sessuali e soddisfazione perché qualcuno aveva capito e mi aveva fatto sentire meno sola.
Giorni dopo ho saputo che il ragazzo che mi aveva chiesto scusa per il suo amico, quando ero andata via, aveva provveduto a dare 4 schiaffi al polacco e a insultarlo per il suo comportamento.
Sono stata invitata a un’altra festa dalle stesse persone che ho conosciuto quella sera. Non ci sono mai più andata.

Sono con te
43+

La storia di Martina, dalla Toscana

Due estati fa, essendo stata rimandata in due materie alla fine dell’anno scolastico, mi ritrovavo verso mezzogiorno alla fermata dell’autobus. Questa fermata è leggermente isolata rispetto alle altre; è nel centro della città, ma in una strada dove di notte l’illuminazione è scarsa (per questo evito di prendere l’autobus da sola in quel punto), nonostante non sia poco frequentata. Quel giorno, stranamente, ero seduta sulla panchina mentre un’altra signora stava in piedi vicino alla tabella degli orari. Insomma, avevo gli auricolari nelle orecchie e stavo chattando con delle amiche (“Credo sia andato bene”, “speriamo non mi boccino”). Portavo una canottiera nera, dei pantalonicini e delle scarpe da ginnastica.
A un certo punto arriva un uomo anziano, sicuramente molto spavaldo nonostante non fosse troppo agile. Si siede accanto a me e comincia a parlarmi. Io, che mi sono sempre premurata di essere gentile con tutti, mi accorgo che mi sta parlando e allora spengo la musica, prestandogli attenzione.
Comincia a parlarmi di lui, del fatto che non si è mai sposato, di come lasciava le ragazze quando era in guerra!
“Sai, ai miei tempi non c’era il telefono, allora me le portavo a letto, promettevo loro di scrivere una lettera e le lasciavo perdere!”
Con educazione, provo a fargli capire che non mi interessa, cerco di finire il discorso là. Questo signore allora continua il discorso, fino a che non comincia a farmi complimenti, guardandomi la scollatura senza ritegno; mi dice che sono bella, mi chiede se ho un ragazzo… Poi mi prende il braccio e mi stringe a lui, infilando entrambe le mani tra il fianco e il braccio in modo da palparmi. Inutile dire che non mi sono sentita di farglielo notare, e disgustata ho semplicemente fatto finta che mi chiamasse un’amica chiedendomi di raggiungerla chissà dove, per poi fare quaranta minuti di camminata a piedi, sotto il sole (aggiungiamo che sempre in quel periodo e in quel punto ricordo benissimo di aver dovuto far finta di non sentire un uomo sulla cinquantina gridarmi “ehy bella” più volte).

Insomma, da dove parto?
Dal fatto che avevo solo sedici anni e mi sono ritrovata a fronteggiare un uomo sulla settantina e un cinquantenne (e non solo), o dal fatto che indipendentemente dall’età, è una cosa davvero disgustosa?
Toccare qualcuno senza il suo permesso è un gesto orribile, maleducato e irrispettoso, ma a quanto pare questo non viene insegnato a molti ragazzi…

Sono con te
48+

La storia di Rebecca, da Modena: “Io dico che non ci sto”

Era una normale mattina di scuola. Dunque, comincio col dire che vicino a quella dove vado io c’è un’altra scuola, dove andiamo sempre in aula magna a fare le assemblee. Quella mattina mi vestii con una gonna lunga fino al ginocchio circa e dei collant trasparenti. Dopo un’assemblea mi fermai a parlare un attimo con una mia amica e, successivamente, mi recai in classe da sola. Passai vicino a un gruppo di ragazzi (circa della mia età) della scuola affianco alla nostra, che iniziarono a fare commenti viscidi sulle mie gambe e a ciò che stava sotto la gonna (non vi dico esattamente cosa dicevano), definendo anche il mio modo di vestire come quello di una a cui “piace darla in giro al primo che capita”… notai, allora, che uno mi stava seguendo. Mi girai e lui subito tornò dai suoi amici, così ne approfittai e corsi in classe.. adesso fortunatamente non vedo più quei ragazzi in giro, ma mi chiedo come sia possibile questa cosa. Una ragazza non è più libera di indossare la gonna senza essere seguita o senza sentire commenti viscidi? Non dobbiamo più vestirci come ci pare per paura di ciò? Io dico che non ci sto, e che continuo (e continuerò) a portare la gonna, e che la prossima volta che qualcuno farà commenti del genere alzerò il terzo dito.

Sono con te
45+

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