La storia di anonima: “Poteva andare peggio?”

Ormai sono passati due anni da quello spiacevole episodio (avevo 20 anni allora). Era una calda serata di inizio maggio ed ero uscita con un’amica a bere qualcosa a una sorta di notte bianca del mio paesino; sarei dovuta partire qualche mese per lavoro e quella era la nostra serata per salutarci. Tra una chiacchiera e l’altra abbiamo fatto notte (solitamente non facciamo così tardi se siamo a piedi, ma un po’ per la festa folkloristica che portava tutti i bar a non fare chiusura e un po’ per la voglia di stare insieme prima della partenza abbiamo raggiunto le 3). Ci dirigiamo verso casa e facciamo un pezzo di strada assieme fino al bivio che divideva le nostre case. La via che portava a casa mia, appena fuori dal centro, fatta migliaia di volte da quando ero piccola, é una via in alcuni tratti poco illuminata, costeggiata su un lato da una roggia e dall’altro dalle abitazioni. Al momento solito dei saluti la mia amica mi fa “no dai, oggi ti accompagno, stiamo quanto più possibile insieme prima della partenza”, ho cercato di dissuaderla perché una deviazione del genere avrebbe allungato molto il suo percorso, ma lei era irremovibile.
Ci incamminiamo e parlando del più e del meno, quasi in fondo alla via (la mia casa era in fondo a destra) notiamo un’ ombra che si avvicina. La mia amica inizia ad allarmarsi, ma io la prendo quasi in giro non vedendo il pericolo. L’ombra è un uomo di circa quarant’anni e si avvicina sempre di più a noi, noto che è come se avesse una mano in tasca “sarà il solito idiota che vorrà una sigaretta” penso nella più totale ingenuità e mi preparo a rispondere di no. La scena che mi si presenta è totalmente diversa e sono così impreparata che non riesco nemmeno a realizzare chiaramente il tutto: l’uomo in realtà ha i pantaloni slacciati e il membro in mano, si avvicina a noi e con fare arrogante ci chiede “chi me lo succhia?”, sono impietrita e presa alla sprovvista. La mia amica invece, più reattiva, gli risponde in modo gelido “stai lontano! Vattene”. E subito mi prende il braccio e aumentiamo l’andatura. L’uomo è proprio sulla traiettoria che portava alla mia abitazione, decidiamo di deviare e di fare una strada parallela che ci riportava verso il centro. Subito ci accorgiamo che l’uomo ci sta seguendo e alla richiesta sussurrata della mia amica “ci sta seguendo, oddio! Che facciamo? Fai qualcosa! Chiama qualcuno!”. Aumentiamo il passo, lo aumenta anche lui. Mi sveglio finalmente dal torpore, ci trovavamo in un’area morta e non c’era nessuno che potesse aiutarci, dovevamo fare noi qualcosa. Tiro fuori il telefono e faccio finta di chiamare mio padre, alzo volutamente la voce affinché mi sentisse e dico “Ciao pa, guarda, si si, stiamo arrivando…. ok… si… ecco, si, ci vedi??!” E inizio a fare ciao con la mano sbracciandomi… “si ecco, ti vedo, siamo qui!!” quindi deviamo un’ultima volta verso il centro e quando ci giriamo per controllare ci accorgiamo di essere sole. La paura è ancora tanta quindi arriviamo in piazza e, dopo aver fatto passare un po’ di tempo in un bar ancora aperto , decidiamo di raggiungere la casa della mia amica (abita in una zona più centrale della mia). Prende l’auto e mi accompagna. Nessuna delle due ha dormito quella notte. La partenza lavorativa mi ha permesso di metabolizzare meglio l’accaduto, ma ancora a distanza di anni penso “io faccio sempre quella via da sola, cosa sarebbe successo se lo fossi stata anche quella volta? Come avrei reagito? Poteva andare peggio?” Ancora oggi sono meno tranquilla, mi fa un effetto diverso percorrere quella strada la sera, se so di fare tardi prendo sempre la macchina.

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3+

La storia di Samantha, da Monza: “le persone che assistevano alla molestia si giravano dall’altra parte quando le guardavo!”

Era un tardo pomeriggio invernale, le 18.30 circa. Stavo rientrando a casa passando per la solita via di sempre, quella in cui sono nata e cresciuta: mi sentivo completamente al sicuro. Arrivo a un incrocio, sempre lo stesso che attraverso da 21 anni. Il semaforo è rosso: mi fermo e aspetto. Intanto scatta il verde per alcuni: mi passa davanti un signore sulla sessantina in bicicletta che non vedo bene perché è buio. Riesco solo a vedere che mentre attraversa l’incrocio mi fissa. Qui cominciano i problemi: anziché proseguire per la sua strada, si ferma davanti a me sul bordo del marciapiede senza mai distogliere lo sguardo. In un primo momento ho cercato di far finta di niente, ma più io lo ignoravo, più lui mi fissava con uno sguardo viscido e disgustoso. Ho tremato quando ho visto quel guizzo viscido nei suoi occhi. Insomma, a un certo punto mi stufo e gli dico: “beh, che c’è?”. Mi continua a fissare e mi risponde: “beh? Cosa sei una pecora?” Poi si è messo a ridere. Quella risata era talmente disgustosa che se ci ripenso tremo ancora. Cerco quindi di allontanarmi e mi incammino quasi correndo lungo il marciapiede, ma lui mi segue. Provo a girarmi e camminare nel verso opposto tornando al punto di partenza, ma niente. Solo in quel momento mi accorgo che a seguire tutta la scena c’erano stati in disparte tre uomini e una donna: ci continuavano a guardare. Nemmeno lui se ne era accorto, tanto è vero che appena li vede se ne va.

Tuttavia, non sono riuscita a sentirmi al sicuro: nonostante ci fossero delle persone intorno a me adesso, erano persone che si erano tenute alla larga da me, che stavo vivendo una brutta esperienza, facendo finta di niente, addirittura si giravano dall’altra parte quando li guardavo! Sono tornata a casa di corsa e tremante, con addosso il terrore che chiunque mi stesse guardando anche di sfuggita volesse fare lo stesso di quel vecchio viscido, o peggio.

Non mi sono sentita tranquilla per giorni dopo questo fatto e riesco a parlarne con un po’ di lucidità solo adesso, che sono passati mesi. Ma quel che è peggio è che nonostante io razionalmente sapessi che nulla di tutto ciò era successo per colpa mia, non ho potuto fare a meno di domandarmi cosa avessi fatto di male, dove avessi sbagliato, in che modo avrei potuto evitare di attirare quello sguardo inopportuno.
Voglio essere una donna. Non voglio essere un animale in trappola.

Sono con te
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La storia di Roberta: molestie sul treno Torino-Cuneo

Domenica scorsa sul treno diretto a Cuneo, orario tardo pomeriggio, comunque visto il periodo era ancora pieno giorno, mi siedo in un vagone con una decina di passeggeri, vi erano ancora molti posti liberi. Ero in anticipo e il treno non partiva per i successivi 20 minuti. Un uomo di circa 30 anni, distinto, capelli neri, vestito con un abito elegante e cravatta, per nulla un soggetto “poco affidabile”, chiede di sedersi, io con cortesia sposto le mie borse. Purtroppo per me, inizia con i soliti complimenti : “mi piace sedermi vicino a belle donne, belle donne come lei” …io faccio l’indifferente finché non continua a insistere e io inizo a sentirmi a disagio. Invade il mio spazio personale, appoggiando una sua mano sulla mia valigia e giocando con i suoi occhiali da sole..
Faccio presente di non essere interessata e di essere impegnata, ma lui nulla, insiste con frasi molto pesanti, come ” non pensi che io voglia fare l’amore con lei, ecc..”..io subito molto intimidita, mi sono fatta forza e ho risposto in modo scontroso facendo presente che se avesse insistito, avrei chiamato il capotreno e l’avrei fatto allontanare, e l’ho caldamente invitato ad alzarsi. Ora il soggetto se n’è andato urlando che ero una femminista ed è andato dal capotreno lamentandosi che una femminista non gli dava la possibilità di sedersi. Io intimorita mi sono seduta vicino a due ragazzi che hanno assistito alla scena e mi hanno tranquillizzata con parole di conforto. Poco dopo, ho parlato con il capotreno a cui il “folle” si era precedentemente rivolto, il capotreno mi ha chiarito di NON avere mai visto il soggetto e che costui pareva avere problemi psicologici. Il treno è partito, il soggetto non mi ha più vista ed è sceso alla fermata successiva a pochi minuti dal capolinea di partenza. Il capotreno si è poi recato da me per tranquillizzarmi sulla situazione del fatto che fosse sceso, ma che fosse sceso solo dopo avere guardato nel vagone se io fossi ancora seduta o no.
Per quanto ho ricevuto solo un viscido colloquio, il soggetto mi ha spaventato molto, poiché ha reagito in modo aggressivo al mio rifiuto, ho avuto e ho ancora paura, perché sebbene istintivamente ognuno di noi faccia attenzione a persone che paiono pericolose, costui sembrava tutt’altro che una persona pericolosa. Sono anni che viaggio su questa tratta ed è la prima volta che mi succede una cosa del genere.
Non ho fatto alcuna denuncia per ora, poiché il capotreno mi ha sottolineato il fatto che risultasse solo un atto verbale. Ma sarei interessata a sapere se si tratta di un fatto totalmente isolato o se è già successo ad altre…vorrei sottolineare che ero vestita sportiva con scarpe da ginnastica, lo so che non giustificherebbe la cosa, ma non ho dato neanche motivo di essere osservata!

Sono con te
19+

La storia di Anonima, dalla provincia di Salerno

Quella che sto per raccontare è in realtà un sunto di quello che è successo in 3 giorni. Ebbene si, volevo fare un test. La location è sempre la stessa, la piazza centrale della mia città.

Il primo giorno, di sera: una ragazza della mia comitiva indossa vestiti che le donano particolarmente. La scena è a dir poco pietosa: i ragazzi si fermano per la maggiore. Eventuali ragazze al seguito inneggiano alla T***a, e diversi gruppi di ragazzi fanno un video delle sue chiappe. Quando passo di fianco ad alcuni di questi, mi scappa un “che miserabili”, e qualcuno borbotta infastidito.

Il secondo giorno, di pomeriggio: indosso jeans e maglietta. Un classico “distinto signore”, con moglie al seguito, si gira e intende controllare le chiappe di tutte le passanti di un certo range di età. Anche le mie. Me ne accorgo, e quando passo avanti alla portata dello sguardo accosto la borsa grande che gli para quindi la vista. Esterrefatto, e con un po’ di disappunto, vedo che la sua espressione cambia, e io ricambio con un gestaccio.

Il terzo giorno, sempre di giorno, sono costretta a passare per un vicolo. È molto frequentato, è pieno giorno e c’è il marciapiede, vado tranquilla. Cammino rigorosamente sul marciapiede, la strada è carrabile. Mi accorgo che un furgoncino giallo, di quelli per il trasporto, rallenta e cammina pianissimo dietro di me. Mi fermo, e i nostri sguardi si incrociano: probabilmente mi è scappata una espressione di puro disgusto, ad ogni modo fa spallucce, col sorrisetto, e se ne va. Dei signori che assistono alla scena ridono e fanno battutine squallide.

Ora, questi sono 3 giorni, e ho avuto l’ennesima conferma che:
1) non conta la location, nè l’orario;
2) non contano i vestiti che indossi;
3) secondo i più, questa è la “normalità”;

Per me questo non è normale, e neppure giusto. E trovo sconfortante il fatto che siamo molto lontani dal rispetto reciproco.

Sono con te
15+

La storia di Gaia: “ho il sacrosanto diritto di vestirmi come mi pare e piace per me stessa”.

Questo evento è accaduto a febbraio di quest’anno, verso le 10 di mattina esattamente di fronte alla Stazione di Porta Genova di Milano.
Ero con una mia amica, mentre mi avvicinavo alla stazione per aspettare un’altra ragazza; indossavo una giacca pesante e una minigonna di jeans con spesse collant nere e delle parigine in lana pesante per non avere freddo.
Proprio mentre attraversavo un uomo sulla quarantina mi è passato di fronte, squadrandomi da testa a piedi, si è leccato le labbra e ha fatto una strana smorfia ammiccante.
Io che sono sinceramente stufa di essere trattata come un pezzo di carne, ho sbottato parlando alla mia amica “Che cazzo vuoi”, l’ho detto a mezza voce praticamente, ma l’uomo con la coda di paglia ha perfettamente sentito e si è messo ad urlare in mezzo alla gente.
Non ricordo di preciso la sequenza delle parole delle ma ricordo benissimo la frase “Se vai in giro vestita a quel modo è normale che io faccia così!”.
A quel punto non ci ho più visto: mi sono fermata di fronte a lui e ho risposto urlando “Io ho tutto il diritto di vestirmi come voglio e tu non hai nessun diritto per trattarmi così! A tua figlia lo faresti?”
E lui imbarazzato, ma molto rabbioso mi ha risposto che a sua figlia non le avrebbe mai permesso di vestirsi così.
A quel punto l’ho mandato a fanculo, ha fatto per avvicinarsi, ma si è fermato e se n’è andato, nella piazza c’era gente e io lo fissavo dritta negli occhi, non avevo paura, ero solo furibonda.
Inutile dire che quell’uomo non ha capito nulla, ma io mi sono sentita fiera di me stessa per avergli tenuto testa.
HO IL SACROSANTO DIRITTO DI VESTIRMI COME MI PARE E MI PIACE PER ME STESSA.

P.s. Tutto per una trasparenza nera di neanche un centimetro tra gonna e parigine.

Sono con te
32+

La riflessione di Ismaela

Carissim* tutt*,
leggo sempre con interesse i vostri post e, anche se raramente mi trovo in disaccordo con ciò che scrivete, vi ringrazio dal profondo del cuore per l’impegno che mettete in questo progetto.
In particolare, apprezzo il fatto che raccogliate le testimonianze di chi subisce molestie per strada, serve anche a stare più attent*. L’unico “rimprovero” che mi sento di fare a chi si confida con voi (e noi che leggiamo) è che non dovrebbero (a mio parere, sia chiaro) specificare che se indossavano una gonna era per il caldo, se avevano la canotta era perché stavano correndo, etc. Lo specificare il motivo per cui si sceglie di indossare un capo piuttosto che un altro mi sembra quasi volersi giustificare del proprio abbigliamento.
Siate fier* del vostro corpo: ogni forma è bella e ogni abbigliamento va bene. E ve lo dice una cicciosetta, parlo per esperienza.
Non è MAI colpa vostra se qualche essere vi fischia o vi urla dietro, o peggio vi tocca.
Su la testa!
Grazie ancora del lavoro che fate e del tempo che mi avete dedicato leggendo questo mio messaggio.
Ismaela, Padova.

La storia di Debora da Roma

Premetto che forse sarà un messaggio lungo, ma credo debba essere raccontato tutto.
Qualche giorno fa mi sono ritrovata in un bar con delle colleghe dell’università per discutere di un progetto per un esame.
Mentre abbozzavamo qualcosa, un uomo ha iniziato a chiederci se per favore avevamo un euro da dargli, e ci toccava a una a una mentre chiedeva “e tu bella? tu un euro ce l’hai?”
Noi l’abbiamo ignorato e lui ha continuato, chiedendoci stavolta se avevamo delle sigarette. Poi sono arrivate altre due ragazze e ha continuato con loro.
Fino a ora niente di strano, uno dei tanti soggetti che puoi trovare in una grande città come Roma.
Poi una delle mie college si è alzata per andare al bagno e l’uomo ha sussurrato “Ah, che bel culetto…”, e quando è tornata le ha detto “Che bella ragazza che sei!”
Lei ha risposto con un “grazie” detto in modo freddo e ironico. Alcune di noi si sono arrabbiate perché lei non aveva reagito, ma la sua risposta è statt “Non mi ha toccata, se no avrei reagito. Tanto a questi soggetti più confidenza dai e più si accollano.”
Ma purtroppo le molestie NON sono solo fisiche, è questo il problema, e io cercai di farglielo notare.
Da questo fatto è scaturita tra noi una discussione sul fatto che a volte vivessimo una situazione di disagio per come ci vestissimo, e ci sentissimo addosso gli sguardi di uomini che ci facessero sentire “inopportune” e che, in alcuni casi, le facessero tornare a casa a cambiarsi.
Sono uscite molte testimonianze di molestie, sopratutto di uomini adulti o addirittura di anziani che potrebbero essere nostri padri e nostri nonni.
Questo mi ha fatto capire che per quanto tu sia a tuo agio col tuo corpo, ci saranno sempre questi soggetti a farti sentire sporca. Ed è così che mi sento ogni volta che metto una maglia scollata o una gonna. Perché se ho la maglia scollata, essendo prosperosa, si sentono in dovere di guardarmi il seno (perché voglio attirare l’attenzione su di me, no?), e se metto una gonna un po’ corta hanno il dovere di farmi notare che “una come me” non potrebbe permettersi di mostrare le coscione.
Ma il succo del mio lunghissimo monologo è questo.
Tutta questa discussione mi fece venir in mente quando una sera in discoteca (mentre ero con amici), due soggetti decisero di seguirmi e uno di loro decise di darmi una pacca sul sedere. Io mi incazzai, e con una rabbia che mi venne da dentro lo spinsi ripetutamente e gli urlai di riprovarci se ne aveva il coraggio, di riprovarci e l’avrei ucciso di botte.
Lui rimase destabilizzato, e mi guardò con un sorriso imbarazzato e mi chiese scusa. Mi sentii così bene con me stessa.
Non sono una tipa manesca, anzi sono sempre la diplomatica della situazione. Ma come si dice a Roma “Quanno c’è vo’, c’è vo’!”
Quindi ragazze reagite, non fatevi mai mettere i piedi in testa da un essere che crede che il pene gli dia il potere su tutto, anche sul controllo delle vostre vite.

Sono con te
15+

La storia di Elena da Firenze

Ieri sera ero con tre mie amiche a un concetto, appena finito siamo uscite tutte e tre a prender aria nell’trio del locale. Un ragazzino di svariati anni più piccolo si volta verso di noi e comincia a dirci che siamo bellissime, in modo un po’ goffo e tenero. Gli sorridiamo e in modo un po’ severo lo salutiamo per fargli capire che non ci avevo dato noia, ma anche basta così.
Mentre parliamo per i fatti nostri, un altro ragazzo passa da noi e ci dice che lo stesso ragazzino che ci aveva salutato dicendoci che eravamo bellissime e gli aveva chiesto di scoprire se eravamo delle prostitute. A quel punto la simpatia che mi aveva ispirato nella sua comunicazione molto semplice e sincera, adolescenziale, che avevo interpretato come un metodo goffo per approcciarci (che non è un male, flirtare è legittimo) si è trasformata in rabbia, e sentendomi tradita dal suo comportamento in cui avevo riposto fiducia sono andata dritta da lui a chiedergli se pensava se fossimo “bellissime” o delle “prostitute” perché per me la cosa faceva molta differenza. Lui ha risposto balbettando rimanendoci di stucco per poi dire “il tipo che è venuto a chiedermelo, da parte mia deve aver capito male”.
Gli ho detto che aveva capito benissimo e che doveva fare attenzione al modo in cui approcciare le persone in quel modo perché non tutte fanno finta di nulla…e le reazioni possono essere anche più brutte di un semplice avviso verbale. Si è vergognato ed è andato via.
Le mie amiche non volevano dire nulla, ma dopo aver agito in questo modo la serata è proseguita benissimo e con spensieratezza.
È IMPORTANTE FAR SENTIRE la PROPRIA VOCE, SEMPRE.

Sono con te
31+

La storia di Triste: molestie in tram

Qualche mese fa ero sul tram quando sono entrati un gruppo di bulli adolescenti che si sono seduti agli ultimi posti. Appena è entrata una ragazza hanno cominciato a fischiare e dire parole come “siediti con noi che c’è posto” poi urlavano parole come “sifilide”, “è gay” (uno riferito all’amico), e “sesso anale”… lei li ignorava e ha messo le cuffie, ma è chiaro che era imbarazzata. Era un gruppo di dieci ragazzetti idioti. Poi sono uscite altre ragazzine e hanno cominciato a dire” bellezze dove andate? “vagina in vendita”, tette , culo ecc…Una cosa assurda. In più mi sento in colpa perché, per quanto io odi queste cose, non sono riuscita a reagire. Avendo subito bullismo pesante a scuola e spesso con modalità verbali (prese in giro), sono bloccata – altrimenti avrei difeso quella ragazza. Mi sento in colpa per non aver reagito e affrontato quegli idioti.

Sono con te
42+

La storia di Elena: una “hollacronologia”!

La mia storia è un mix di aggressioni o insulti verbali che inizia da quando ho iniziato a spostarmi da sola per andare alle medie a oggi. Sono molto bella e ne godo, ho carattere, un corpo leggero e forte che ora uso per danzare, un’espressività che è il risultato di anni di esperienze bellissime, avvincenti ed emozionanti fatte di gioie, di lacrime, di dolori e di lotte.
Ho imparato a 12 anni che essere belle e determinate è pericoloso, sia mai che qualcuno veda nei tuoi occhi quella scintilla e gli venga in mente di circondati insieme a degli amici dietro al parco dove giocavamo da bambine per dirti che hai delle belle “tettine”, un “bel cubetto”, e toccarti un seno (Firenze, 2002). Sia mai che su un autobus per andare al liceo classico un uomo trasandato e sudicio ti passi accanto palpandoti, per poi mandarti affanculo perché gli hai tirato una sberla (Firenze 2003). Sia mai che mentre aspetti l’autobus per uscire con le amiche un vecchio molliccio con cabriolet ti chieda se vuoi un passaggio e dopo che l’hai mandato a quel paese ti dica che visto che sei “gnocca” sembri una puttana ed era LEGITTIMO chiedermelo (Firenze 2004/5). Sia mai che ogni giorno ti passi la voglia di uscire di casa fino a saltare giorni di scuola dove anche i compagni e le compagne E I PROFESSORI ti dicono che sembri una ragazza “dai costumi facili” perché sei molto bella e avere amici maschi a quell’età è chiaramente un segno di promiscuità, specialmente col mio aspetto (Firenze, liceo Michelangelo 2006). Può capitare che mentre torni a casa da una serata col tuo fidanzato in tacchi e vestitino una vecchia anziana ti colpisca una gamba col suo bastone urlandoti “Copriti” (Firenze 2011)! O che attraversando sulle strisce due ragazzini in motorino ti sfiorino il sedere scappando a velocità della luce rischiando un frontale (Firenze 2011). O che un giovane alienato si fermi a palparti le cosce appena uscita da palestra con la tuta (Firenze 2012).

Questa è una parte ridottissimo della “mia hollacronologia”, una parte che per anni mi ha causato fobia sociale, ansia, anoressia nervosa e bulimia, agorafobia e claustrofobia nel mezzi pubblici, depressione, problemi enormi di autostima, rabbia repressa. È una parte di vita che ha compromesso il mio andamento scolastico, i miei rapporti coi ragazzi della mia età, la mia voglia di uscire la sera. Mi ha fatta piangere, sentire inadeguata, arrabbiata, distrutta e calpestata. Ho sentito la mia identità negata e la mia femminilità disprezzata.
Oggi sto diventando istruttrice di pole dance e oltre ad aver ridato potetere e gioia al mio corpo, so che grazie allo sport che pratico potrei rispondere con una “leggera” gomitata per far sprofondare sotto terra di parecchi km chiunque si azzardi!
Hollabak to everyone <3

Sono con te
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