Passando una sera sul Fosso Reale a Livorno

Abbiamo conosciuto Egon come autore dello spettacolo teatrale “Mi chiamo Egon. Diario di un uomo transessuale”, debuttato a Pisa nel Maggio 2015. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza di molestie in strada come uomo transessuale, e lo ringraziamo per questa condivisione.  Egon è un attivista e studioso queer e per la liberazione animale; cofondatore del collettivo Intersexioni e del collettivo Anguane, è membro del Centro di ricerca Politesse dell’Università di Verona e del Centro Interuniversitario per la Ricerca Queer CIRQUE. È inoltre ideatore del progetto “Liberazione Generale”, giornate di studio e di prassi politica (Firenze 2013 and Verona 2014) sulle correlazioni tra liberazione animale, omo-transfobia, sessismo e diritti delle persone intersex. 

 

Mi chiamo Egon Botteghi e sono un uomo transessuale.

Negli anni passati, prima della mia transizione da donna a uomo, guardavo alla vicenda di vita di una persona trans come ad un viaggio, un viaggio assolutamente avventuroso, adatto solo a gente coraggiosissima e dalla tempra di acciaio. Vedevo infatti le persone trans come dei viaggiatori solitari, che si spingevano oltre i limiti del conosciuto, in terre ancora inesplorate, anzi ancora inesistenti e le portavano alla luce, facendo esistere quello che la maggior parte della gente non riusciva neanche ad immaginare. Poi anch’io mi sono messo in cammino, anch’io ho fatto questa traversata tra i generi, e non mi sento così un eroe, ma piuttosto una persona che ha fatto quello che si sentiva di fare, che è riuscita ad aprire un po’ le sue gabbie.

Quel che è vero, però, è che ho acquistato da questa vicenda uno sguardo particolare, uno “sguardo trans”[1], che mi permette di decifrare con più facilità di prima i segni del sessismo e della divisione tra i generi, che molt* percepiscono come naturali, tanto sono introiettati, anziché culturali e costruiti (e tenacemente propagati ed inculcati).

Qualcun* mi potrebbe considerare un infiltrato sotto copertura nel mondo dei maschi, pronto a smascherare i segreti della parte dominante. Sicuramente adesso sono a stretto contatto con i privilegi maschili, e questo mi rende più chiara la filigrana di potere che sottende ai nostri ruoli di genere e come questa ci viene socializzata. Una delle scoperte che ho fatto riguarda proprio lo “stare in strada”, che si declina in maniera diversa tra uomini e donne, il modo diverso di sentire di dover occupare lo spazio, il privilegio maschile di avere un corpo non considerato vulnerabile dagli sguardi degli altri [2] e quindi alla possibilità o meno di incorrere in molestie mentre stai semplicemente esistendo.

Ricordo, ad esempio, che una sera, mentre stavo rincasando di notte camminando a piedi per le vie del centro della mia città, giunsi all’altezza del Fosso Reale, quel canale d’acqua dove la tradizione vuole che il grande artista Amedeo Modigliani buttò alcune sue opere perché deriso dai suoi concittadini, e notai un gruppetto di ragazzi seduti sulle spallette. Mi accingevo a passargli davanti e, dopo anni di vita al femminile, ero preparato a subire l’inevitabile alzata di sguardi di quelle persone su di me. Un misto di sensazioni negative mi colavano già dentro: fastidio di dover essere giudicato per il mio aspetto (ed un atavico timore di non risultare soddisfacente) e un pizzico di inquietudine per essere lì da solo, a tarda sera. Ma quando sfilai davanti a loro non sentii niente, nessun occhio si alzò su di me, nessuno di loro cambiò posizione e calcolò il mio passaggio. Allora mi ricordai di essere un uomo e di essere affrancato dal loro interesse. Tirai un sospiro di sollievo e mi sentii incredibilmente leggero, libero e padrone della parte di mondo che occupavo camminando nella notte.

[1]    Cfr Alex B., “LA società de/generata”, Nautilus, Torino 2012

[2]    Nella nostra società aggiungerei, al dato di essere maschio, quello di essere bianco, etero, non povero ed abile

La storia di Diana: “una folla di persone consapevoli non è una strada deserta. E magari nemmeno di folla indifferente”.

Estate…esco con un vestito leggero alle ginocchia. Arriva la metro che non ho ancora passato i tornelli.
Corro.
Folla nel verso opposto che sale per le scale.

Un uomo prende il bordo del mio vestito e lo lancia in alto in modo che si alzi tutto.
Io ho ancora l’inerzia della corsa per scendere.
Non lo vedo nemmeno e se n’è già andato.

Perdo la metro e resto lì al binario, sperando che nessuna delle persone attorno a me abbia visto.

Non so perché effettivamente lo scriva… È quello che è successo più che ciò che ho provato. Ma forse è successo anche a qualche altra persona.
E forse conforta non essere sola…conforta? O conforta sapere che c’è più di qualcuno, in giro che fa queste cose?
Alle volte ho paura che raccogliere troppe notizie di questo tipo le facciano apparire normalità, una normalità che non deve essere.

Non ho più messo quel vestito.
Ma continuerò sempre a uscire da sola per strada. Quando sparirà la paura saremo una folla in strada di donne sole. E una folla di persone consapevoli non è una strada deserta. E magari nemmeno di folla indifferente.

Buona strada a tutte.

La storia di anonima da Verona: “Non starò mai zitta di fronte a una molestia, anche se lieve”.

Purtroppo i fischi sono spesso ordinaria amministrazione, ma quello che mi è successo oggi già meno. Verona, via Roveggia, quartiere periferico. Due ragazzi in macchina, non saprei definirne precisamente l’età. Come fascia indicherei generalmente dai venti ai trenta anni. Cammino tranquilla, vestita come sempre nel mio modo sobrio, coperta di cappotto e assolutamente senza trucco. Lo specifico solo per provare che purtroppo queste vicende spiacevoli avvengono anche se non fai nulla per renderti appariscente. Questo non per evitare pericoli, ma per essere conformi a quello che senti essere, il più delle volte, il tuo stile. Naturale, tutto qui. Il più giovane (a mio avviso) dei due, non al volante, si gira verso di me, senza abbassare il finestrino, ma nonostante questo, sento alcuni suoi versi insistenti e purtroppo vedo il suo ritmare ossessivamente una gestualità tipica del sesso orale, a me rivolta. Ovviamente subito, pur essendo abbastanza isolata, inizio a rispondere volgarmente: “Ma che ca..o vuoi? Sai cosa puoi farne di quel gesto?”. Nonostante questo lui continua a mimarne le modalità. Continua con un ceffo divertito. Poi la macchina riparte, il semaforo è verde. Non starò mai zitta di fronte a una molestia, anche se lieve. Per me questa non è normalità. E sapere di poterla condividere con voi mi fa stare molto meglio.

La storia di anonima da Verona: “avere la possibilità di scrivere qui è per me un modo per riscattare il senso di ingiustizia subita”.

Verona, via Po, quartiere periferico, alla fermata del bus. Ascolto la musica con il tablet fino a che una macchina passa, rallenta vicino a me, con il conducente del veicolo che oscilla ripetutamente la sua lingua da destra e sinistra, più volte, con volto divertito. Palesemente lo insulto gridando, le persone accanto a me rimangono indifferenti. Scrivo solo ora anche se è successo oramai un mese fa; scrivo ora perché mi sono collegata ad Hollaback per condividere una molestia subita oggi, e mi sono ricordata di non aver scritto la penultima molestia che mi ha riguardato. Questo sito è molto importante per me. In assenza di altre possibilità che la legge non mi offre, avere la possibilità di scrivere qui è per me un modo per riscattare il senso di ingiustizia subita. E mi dispiace non averlo potuto fare negli anni scorsi, fin da quando ero ragazzina, accettando queste molestie di strada come normali, e semplicemente da ignorare, come tipicamente racconta una madre nata in altri tempi. In realtà non ho mai, tranne forse in casi isolati e notturni, ignorato l’offesa. Ho sempre risposto a tema. Ho spesso subito molestie di strada, cose lievi per fortuna, ma ne sono stata spesso “oggetto” e sia chiaro, non sono affatto una ragazza appariscente, anzi (questo non cambia il fatto che ognuno e ognuna di noi è libero/a di vestirsi come desidera senza dover per questo subire molestie verbali, visive, fisiche, virtuali). Ma questo non è nemmeno il mio caso. Mi è anche capitato da giovane ragazza in ambito lavorativo tipicamente maschile di sentire che se avevo successo era chissà per quale motivo. Perché ammettere che una donna è più brava di dieci uomini è difficile da accettare. In tutti questi anni però non potevo condividere queste storie con altre persone, ora però esiste Hollaback. Un grazie di cuore a chi offre la possibilità di riscattare questa “normalità” che normalità non è affatto.

Perché ho parlato a mia figlia tredicenne delle molestie in strada

Questa è la traduzione di un articolo che ci ha molto colpite, pubblicato nel settembre del 2015 su RoleReboot.org. Ringraziamo l’incredibile badass Simona per la traduzione dall’inglese!

di Amie Newman

 

Mia figlia, A., ha appena compiuto 13 anni. Sin da neonata, ha sempre posseduto una forza pacata che sembrava fluttuare nei suoi occhi color nocciola mentre osservava il mondo attorno a lei. Una forza che, negli anni, è stata messa alla prova e si è trasformata in un senso del coraggio e in un potenziale straordinari. Di recente, da esordiente teenager, ha annunciato che è pronta ad avventurarsi da sola nella sua città per esplorarla in metro, autobus e treno (ovvero la metropolitana leggera, qui a Seattle), starsene in un bar a fare i compiti o semplicemente a leggere. Vuole l’indipendenza. Suo fratello sedicenne prende i mezzi pubblici, va al bar, ai concerti, in libreria e nei negozi di vestiti per conto proprio da quando aveva 12 anni e chiaramente la sua tranquillità nel fare tutto ciò (per non parlare delle distanze che percorre viaggiando, da solo!) l’ha contagiata.

Sono pronta per questa nuova tappa dell’adolescenza urbana. Ma, di fatto, questa fase nella vita dei ragazzini di città si scontra con l’introduzione di un’altra esperienza comune alle giovani della sua età: le molestie in strada. Voglio che conservi quel coraggio che in lei sembra così naturale come respirare, ma non la lascerò affrontare il mondo impreparata. Ricordo gli anni in cui A. era una bimba tenera e paffuta, sveglia e sorridente. Mia madre disse: “Il mondo è un posto pericoloso, soprattutto per le ragazze”. Ne fui frustrata. So che mia madre aveva buone intenzioni e aveva ragione. Il mondo può essere pericoloso per le ragazze. Ma non voglio che mia figlia si senta una vittima. Non voglio che vada alla scoperta del mondo intimorita. Tuttavia, non posso ignorare tutte quelle esperienze fin troppo diffuse tra donne e ragazze, se penso a cosa significhi per A. crescere più indipendente e affrontare il mondo da sola. La maggior parte delle giovani donne sperimentano le prime molestie in strada quando raggiungono la pubertà; in realtà, molte ragazze hanno quattordici anni o meno. Le molestie in strada, tristemente, sono un’esperienza condivisa da molti gruppi di persone emarginate. Secondo un recente studio sulle molestie sessuali, negli Stati Uniti più di due terzi delle donne sono state molestate in strada; questo include essere seguite, “palpeggiate o bloccate” da uno sconosciuto ed essere aggredite sessualmente. Questo mi manda su tutte le furie, pur sapendo che è utile mentre penso ad A. e alla sua indipendenza appena scoperta. Io per prima voglio essere serena rispetto al passaggio di mia figlia in questa nuova fase. Ha 13 anni, perché non dovrebbe reclamare questi spazi pubblici senza paura? Questa è la sua città. Queste vie le appartengono come a chiunque altro. La fermata dell’autobus dove aspettava ogni mattina, con il sole e con la pioggia, con le manine cicciottelle strette in quelle grandi del papà, prima di saltare sul pulmino affollato fino all’asilo. Il sentiero in cui camminavamo quando era più grandicella, sulla strada verso il parco giochi, dopo il campo da golf pubblico, con lei e mio figlio che facevano a gara per raccogliere le palline bianche che oltrepassavano le altissime reti attorno all’area dove si fa pratica. La via dove c’è il locale hipster, vicino al ristorante messicano preferito dalla nostra famiglia. Perché mai dovrebbe considerare la possibilità di essere molestata da sconosciuti mentre, come ogni adolescente, cammina lungo queste stesse strade o prende questi stessi autobus? Quando i miei figli furono abbastanza grandi, mio marito e io li istruimmo sull’autodifesa condividendo informazioni che fossero appropriate alla loro età. Tra tutti e due, fu mia figlia ad appassionarsi alla fisicità delle lezioni. Le piacque moltissimo. “Tiragli un calcio negli stinchi. Urla più forte che puoi”. Mio marito stava in piedi di fronte a lei – aveva 7 anni e gli arrivava poco sopra la vita – con i palmi delle mani rivolti all’esterno, all’altezza dell’addome. Le diceva: “Colpisci le mie mani più forte che puoi”. Lei stringeva forte le mani per fare i pugni e colpiva, con i riccioli che rimbalzavano a ogni colpo.

Ripenso a quando, una sera, bussai alla porta della camera di A., pochi giorni dopo il suo tredicesimo compleanno. Mi dice di entrare. È a letto, sta leggendo. Mi dice di saltare sulla “nuvola” insieme a lei. Chiamiamo il suo letto “la nuvola” perché è tutto bianco: lenzuola, piumino vaporoso, cuscini… annidati nell’angolo della stanza dove le finestre s’incontrano e il cielo fa da cornice al tutto. L’unica cosa non bianca è l’orsacchiotto color caramello buttato ai piedi del letto. Mi dice che l’indomani, dopo la scuola, vuole prendere l’autobus da sola così potrà fermarsi a fare i compiti in caffetteria. Sono immensamente orgogliosa che si senta a suo agio a starsene per conto proprio, pronta a fare affidamento su sé stessa. Ma mi si stringe il cuore. Le dico: “OK. Queste sono le tue strade”. Ma aggiungo: “Detesto doverti parlare di questo, ma lo faccio. Potresti essere molestata per strada, sull’autobus o in metro. Potresti incontrare uomini di età diverse che ti chiedono di sorridere. O che fanno commenti sul tuo corpo. Ragazzi della tua età o uomini adulti potrebbero urlarti cose che non vuoi sentire. Di chiunque si tratti, lascia perdere qualsiasi sconosciuto per strada. Non devi rispondere. Nemmeno se ti chiedono perché non rispondi o perché non ti fermi con loro. Puoi ignorarli. Puoi attraversare la strada o entrare in un negozio. Oppure tu puoi rispondere. Puoi dirgli di smetterla. Puoi gridargli di lasciarti in pace. Come preferisci”. Ma poi mi innervosisco. Mi vengono in mente alcune storie che hanno fatto notizia di recente. Una giovane donna di New York è stata accoltellata alla gola per aver respinto un uomo che la “assillava” per uscire con lui. Un’altra donna di Detroit è stata uccisa a colpi di pistola per aver rifiutato di dare il suo numero di telefono a un uomo, per strada. Non racconto queste storie a mia figlia, ma pesano sul mio cuore mentre parlo e valuto come darle consigli. Dal canto suo, e con mio grande sollievo, A. cita una scena da uno dei nostri programmi TV preferiti, “Broad City”. È la puntata in cui Abbi e Ilana rispondono sollevando il dito medio all’altezza dei loro “sorrisi” quando un uomo per le strade di New York dice loro quanto siano carine e che per questo “dovrebbero sorridere”. È divertente, sfrontato e probabilmente illustra alla perfezione la posizione di A. rispetto a tutta questa faccenda delle molestie in strada, in confronto a quello che ha rappresentato per me, da adolescente e anche dopo. A me, come alle altre ragazze, fu insegnato sin da piccole di dover essere notate più di ogni altra cosa. Ricordo che mentre camminavo per le strade della mia città pensavo: voglio essere invisibile, ma tu sei tenuto a notarmi e a pensare che sono bella. Mi hanno insegnato che è un “complimento” ricevere degli apprezzamenti da uomini o ragazzi in giro per strada. E che se rispondo, dovrei dire “Grazie” con un sorriso. Ma mia figlia ha la fortuna di poter conoscere le testimonianze, l’arte e l’attivismo di moltissime donne che fanno sentire la propria voce contro le molestie in strada: da quelle che scrivono sul magazine Rookie all’organizzazione Hollaback.

Le parlo del lavoro dell’artista Tatyana Fazlalizadeh, le cui opere trattano questo tema attraverso poster realizzati usando parole e immagini delle molte donne che lei intervista sulla loro esperienza di molestia in strada. I poster vengono poi appesi lungo le strade dove queste donne vivono e lavorano, offrendo così uno specchio “in tempo reale” di quello che le molestie rappresentano per le ragazze e le donne di colore, ogni giorno. Parliamo di come uomini e ragazzi che molestano non sono i padroni di queste strade. Non sono padroni del suo corpo, né del suo sorriso o dei suoi occhi. Le dico: i tuoi shorts (o i jeans, o vestiti o gonne) sono sul tuo corpo perché tu vuoi che lo siano. Se vuoi mostrare l’ombelico, questo non significa che ti aspetti di essere molestata da sconosciuti per strada. Non sei tenuta a essere carina con nessuno, come dichiara la blogger Erin McKean. Se vuoi coprire il tuo corpo sotto pantaloni larghi e una T-shirt, o indossare una maglia corta e aderente, quella è una tua scelta e non un invito a essere fischiata, insultata né a ricevere commenti. Le ricordo: se qualcuno ti molesta, reagisci nel modo che ti fa sentire più serena e più sicura, che sia a parole o cambiando lato della strada. Esprimi i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti attraverso l’arte. Scrivili. Educa le persone. Parla con i tuoi amici. Parla con me.

Quando mi rendo conto che ne ha abbastanza, le dico che le voglio bene e che sono emozionata per la sua avventura in autobus da sola, il giorno dopo. Ho paura che abbia la sensazione che la stia mandando in una zona di guerra, ma anche se è preoccupata non lo dà a vedere. Le do un bacio in fronte e le auguro buonanotte.

Voglio che lei – e tutte le ragazze adolescenti – sappiano che le molestie in strada non dipendono da loro: ma riguardano quei ragazzi e quegli uomini a cui la società ha insegnato che i corpi delle ragazze e delle donne sono fatti per essere messi in mostra e consumati pubblicamente. E a mia figlia voglio dire: Se qualcuno ti dice di sorridere “perché sei così carina”, ti autorizzo a rispondere in stile Broad City”.

La storia di e. da Pisa

Vittima di molestie verbali per strada da sempre.
Da quelle scolastiche ai muratori sulle impalcature, quelli che ti sussurrano o ti gridano porcate mentre vai a prendere il bus o passano in auto.
Stamattina sto andando in piazza delle Vettovaglie a Pisa, dove si trovano bancarelle varie e il mercato fisso dell’ortofrutta.
Un fruttivendolo della piazza, che già più volte mi ha detto cose e commentini mentre passavo, oggi ha deciso di deliziarmi con un lascivo “che bella treccia lunga”. Non gli ho risposto, ma mi ha lasciato una gran rabbia addosso e la voglia di spaccargli la confezione di 6 uova che avevo appena comprato. Si,proprio in faccia. Li, in quella piazza che puzza di piscio umano, escrementi, pesce e kebab, dove è meglio non passare ed è meglio fare il giro largo.
Care studentesse, donne, signore, non passate da li. Allargate il giro o il vostro bonus del giorno sarà un apprezzamento viscido non richiesto. Neanche dopo, quando mi sono trovata a passare nuovamente ma con mio marito, mano nella mano (a cui racconto tutto e a cui avevo detto dell’accaduto) il fruttivendolo ha continuato a fare il grosso, il ganzo, il figo, a pavoneggiarsi con i negozianti accanto a lui e a esprimere commenti, pensando forse in una mia reazione o in quella di mio marito.
Non è stato così. Non l’abbiamo considerato e abbiamo tirato dritto.
Ma è frustrante.
Io non vesto neanche in maniera femminile a dirla tutta, e sono sicura che anche se uscissi spettinata con addosso un sacco nero della spazzatura,verrei molestata ugualmente.
E’ faticoso essere donna. Il 25 novembre è appena passato e la nostra marcia contro le violenze è già stata dimenticata.

La storia di Anonima da Milano: “Avrei potuto iniziare a urlare, a inveire e chissà cos’altro, ma la verità è che non riuscivo a pensare ad altro che a mettermi in salvo.”

Sono una studentessa fuori sede, vivo a Milano da tre anni e qualche settimana fa per la prima volta mi sono sentita realmente in pericolo e sola.
La sento la voce di mia mamma che dalla provincia di Bari mi urla a telefono cose tipo “non andare in giro da sola”, ” stai sempre in compagnia e attenta” ecc.. Ma la verità è che non mi sono mai voluta privare di nulla, non mi sono mai preoccupata dell’andare in giro da sola, altrimenti che vita sarebbe? Quella volta però se ci fosse stato qualcuno con me sarebbe stato diverso.
Era domenica, le ore 20.00 di una banalissima domenica e dopo tanto tempo avevo deciso di mettere una gonna (lunghezza poco sopra il ginocchio), abbinata con un paio di stivaletti con tacco nuovi. Esco di casa per un appuntamento con amiche e mi dirigo come sempre alla fermata della 93 quasi esattamente sotto casa mia. Dopo qualche passo vedo camminare accanto a me un uomo probabilmente sulla sessantina, ci dirigevamo entrambi alla fermata, ma non ci ho fatto per niente caso; ero più intenta, data la mia pochissima abitudine, ad ascoltare il frastuono dei miei tacchi e a sperare che la mia gonna rimanesse lì dov’era. Alla fermata del bus c’erano un ragazzo seduto sui sedili della banchina e lo stesso uomo che mi affiancava in precedenza, era sul bordo del marciapiede che rivolgeva le spalle al ragazzo seduto. Situazioni del genere mi hanno sempre messa a disagio, odio gli sguardi, soprattutto quelli degli uomini, in quanto vicende di molestie mi sono sempre successe causandomi grandi traumi. Ero praticamente immobilizzata, attaccata al palo della banchina, quando inizio a sentire il pesante sguardo dell’uomo sessantenne, sul bordo del marciapiede, rivolto verso di me. E infatti era così, lo era forse da 2 o 3 minuti prima che me ne accorgessi. Noto il suo sguardo, lo incrocio e purtroppo mentre lo abbasso mi rendo conto di tutto. Costui aveva la cerniera aperta dei suoi pantaloni e il suo membro era nella sua mano destra. Panico, ho provato tanto panico e dolore. La mia prima reazione è stata quella di fuggire, ho iniziato a correre veloce verso casa mentre mi perseguitava l’idea che costui mi potesse seguire, ma per fortuna non è stato così. Entrata nel portone le lacrime sono scese e ho realmente realizzato il tutto. Il ragazzo seduto sulla panchina purtroppo non poteva vedere nulla dato che li era alle spalle e per fortuna mi sono accorta del tutto mentre il bus stava per arrivare.
Avrei potuto iniziare a urlare, a inveire e chissà cos’altro, ma la verità è che non riuscivo a pensare ad altro che a mettermi in salvo. Sono stata vittima di pesanti molestie anche da piccola, verso i 6/7 anni e quella come questa esperienza, la mia super attenta e preoccupata mamma non le conoscerà mai. Sta di fatto che esperienze come queste, piccole o grande che siano, segnano nel profondo e in maniera spaventosa.

La storia di Sara da Padova

Ho subito più di una molestia sessuale in vita mia, ma quella che ho deciso di raccontare è la più pesante.
Gennaio 2009, avevo 20 anni ed ero una studentessa fuori sede presso l’università di Padova. Quel giorno tornavo in bicicletta verso casa dopo aver pranzato alla mensa universitaria e indossavo una gonna. Un uomo sulla sessantina (anche lui in bicicletta) mi ha seguita, affiancata e mi ha infilato una mano sotto la gonna, toccandomi la parte genitale. Il contatto è durato poco perché io mi sono immediatamente e bruscamente spostata da lui, rischiando di cadere dalla bicicletta. L’uomo ha proseguito la sua corsa senza voltarsi e imboccando la prima via a sinistra che ha trovato. Io sconvolta sono solo riuscita a fermarmi e a urlargli dietro con quanto fiato avevo nei polmoni “Pervertito!!!”. Qualche passante ha assistito alla scena ma nessuno ha reagito per quello che era appena successo……Sono tornata a casa furiosa e umiliata per quanto era appena accaduto. Qualche giorno dopo, ancora stressata per quello che era successo, ho preso molta paura quando, trovandomi per caso mentre anche lui andava all’università, il fidanzato che avevo in quel momento mi ha affiancata in bicicletta per salutarmi…Quest’ultima parte l’ho raccontata per far capire quanto un’esperienza del genere (che a molti forse può sembrare “leggera”) possa essere in realtà traumatizzante.

La storia di Nicoletta da Milano

Erano circa le due di notte, tornavo da una serata con amici e avevo appena parcheggiato sotto casa. Non reputo pericoloso tornare a casa in macchina, anche se di notte! Non ero mica sui mezzi pubblici.
Comunque, parcheggio, esco dalla macchina, percorro i cento metri fra il parcheggio e casa mia, ma questo é sufficiente perché un ubriaco mi si avvicini borbottando qualcosa di incoerente tipo “bhlbhl bella bhlbhl”. Ora, io con gli ubriachi ho generalmente più tolleranza perché sono in stato alterato di coscienza, e anche perché fisicamente sono meno pericolosi (riflessi rallentati, equilibrio compromesso ecc), ma il fatto che fosse sotto casa mia mi ha fatta incazzare molto. Avevo paura, non tanta quanta ne avrei avuta se fosse stato sobrio ma comunque avevo paura, per tutto il tempo ho tenuto in mano le chiavi della macchina pensando che se avesse provato ad aggredirmi glie le avrei piantate nel collo. Nessuno dovrebbe chiedersi se avrebbe lo stomaco di sgozzare qualcuno con delle chiavi, ma io sono anni che penso che alla bisogna sarei in grado.

La storia di Melania da Vicenza

Fino ad alcuni anni fa non facevo caso agli episodi di cat calling, li consideravo erroneamente una sorta di complimento cafone, posto in malo modo, ma a cui non potevo rispondere sgarbatamente. Quanto mi sbagliavo!
Non so cosa mi abbia fatto cambiare idea, ma ogni episodio che aggiungo alla lista, mi sento sempre di più un oggetto, un corpo messo in vetrina, a uso e consumo degli occhi altrui.

L’episodio di ieri è stata questione di attimi: sto scendendo dalla macchina dopo aver parcheggiato lungo la strada, e un signore sulla sessantina passa in bicicletta. Fischia, “mamma mia, mamma mia..mamma mia!” e prosegue per qualche decina di metri fissandomi, senza guardare avanti sulla sua strada.

Davvero non riesco a capacitarmi di queste cose: come puoi pensare di poter esternare in questo modo il tuo giudizio e buttarmelo addosso, e per di più credere che a me possa fare piacere il sapere che un estraneo mi abbia squadrato da cima a fondo – e dovrei pure ringraziarti? O non risponderti sgarbatamente?
Lo so che la mia esperienza, rispetto a molte altre a cui va tutta la mia solidarietà, può sembrare di poco conto. Ma in realtà anche questi piccoli episodi provocano una reazione in chi li subisce.
Vorresti girarti e mandarlo a quel paese. Vorresti spiegargli perché quello che sembra a lui un complimento, per me è una violazione di quello che sono, che in quel momento il mio corpo è stato considerato per l’aspetto – non sai chi sono, non sai se sono una brava persona, o se sono o meno intelligente – ma in quel momento hai visto il mio corpo e hai deciso che potevi giudicarlo.

Io non ce l’ho fatta a sbraitargli qualcosa, è stata questione di attimi. E nemmeno mi sarebbe piaciuto mettermi a urlare da una parte all’altra della strada. Però anche questa mia indecisione mi ha buttato giù: non sono riuscita a difendermi, non sono riuscita fargli capire la molestia che aveva fatto, e in qualche modo mi sento come se l’avessi permessa.

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