La storia di Marta: “Sono scesa dall’autobus paradossalmente sentendomi fortissima e contenta per aver risposto in maniera decisa alla molestia, senza sensi di colpa o remore”.

Qualche giorno fa, ero seduta sulla 90 (un tram di Milano) aspettando di scendere. A una delle tante fermate sale un ragazzo che per sedersi vicino a me, sbanda un po’ e mi sfiora il ginocchio. Penso che “va be’, c’è un sacco di calca, può essere…”. Ci facciamo i fatti nostri quando mi accorgo di avere la sua mano sulla spalla: mi aveva abbracciata e adesso mi sta accarezzando la spalla.
Mi giro di scatto e gli chiedo/gli urlo cosa stia facendo alla sua faccia sorridente che di colpo si rabbuia. Gli dico che deve vergognarsi e che non deve più permettersi, mai più. MAI PIÙ!
Lui fissa per due minuti il sedile davanti e alla fermata dopo con la coda tra le gambe se ne va.
Le due signore di fianco a me commentano l’accaduto dicendo che ho fatto bene a rispondere e che ci dobbiamo saper difendere. Dicono anche che secondo loro era matto, ma io rispondo che non è quella la questione perché capitano tutti i giorni le molestie sui mezzi pubblici. Solidali devo dire; ovviamente dopo la molestia, nel prima e nel durante nessuno ha detto niente. Una delle due signore nel commento mi dice anche: “non si doveva permettere già di metterti la mano suil ginocchio, che schifo!!”, e io penso che sarebbe stato carino se mi avesse aiutata dicendo questo pensiero ad alta voce qualche minuto prima.

Sono scesa dall’autobus paradossalmente sentendomi fortissima e contenta per aver risposto in maniera decisa alla molestia, senza sensi di colpa o remore: sentimenti che ho sentito per la maggior parte del tempo della mia vita in queste situazioni e che finalmente non provo più.

Sono con te
33+

La storia di una volontaria Hollaback, da Cormano

Voglio condividere con voi questa esperienza che mi ha alquanto inquietato e mi ha fatto molto ragionare sul limite tra complimento e molestia.
Abito a Cormano, una cittadina vicino a Milano in cui le mattine di inizio ottobre sono già nebbiose e fredde. Per andare a prendere il treno tutti i giorni attraverso un parchetto non troppo popolato. Qualche giorno fa, durante questo tragitto di routine un signore sulla sessantina (ho 22 anni) mi saluta con un buongiorno. Nella mia fretta decido di non ricambiare. Questo è il nostro scambio di battute:
SIG: non mi saluta?
IO: io non la conosco!
SIG: certo che ci conosciamo, non si ricorda? Ci siamo conosciuti 7-8 anni fa, qui vicino. L’avevo fermata in strada per dirle che lei è bellissima. Non si ricorda davvero? Ci siamo anche incrociati ieri nella strada qui a fianco e io l’ho salutata e lei lì aveva risposto al saluto.

Era vero. Non so dirlo dell’incontro di 7 anni fa, OVVIAMENTE quello non me lo ricordo. Inizio a intimorirmi molto e cammino così più velocemente, ma lui mi dice che mi deve dire una cosa importante. Visto che siamo soli, decido di assecondarlo e gli dico che allora mi deve accompagnare verso la stazione perché devo prendere il treno.

SIG: Le vorrei solo chiedere se le andrebbe di conoscermi. Lei è così splendida. Capisco che lei possa essere fedele, ma nel caso non lo fosse non bisogna porre limiti all’amore secondo me
IO (praticamente corricchiando davanti a lui): No, guardi, non mi va di conoscerla
SIG (praticamente rincorrendomi): la prego, io sarò in via Achille Grandi stasera, la aspetto. abito lì, la aspetterò tutte le sere alle 20.00. Verrà stasera?
IO: No, non verrò
SIG: lei è un tesoro. Se stasera o nei prossimi giorni cambia idea, io la aspetto, ci terrei molto. Buona giornata.
IO: Salve.

La prima cosa che penso è che in Achille Grandi non ci passerò mai più.
Sono rimasta inquietata tutto il giorno, non riuscendomi bene a rendere conto dell’accaduto:”Di solito reagisco alle molestie… Ma questa era una molestia? Perché ero così inquietata?”

Alla fine (pensandoci, parlandone…) ho concluso e concludo che sì, questa mia esperienza è stata una molestia. Perché non importa il modo – se gentile o irruento -, ma il cosa. Ma SOPRATTUTTO importa come mi sono sentita: MALE.

Sono con te
28+

La storia di una volontaria Hollaback, da Padova

Qualche tempo fa stavo lavorando come hostess per accompagnare un gruppo di turisti in giro per la città e sostanzialmente non perderli in giro. Eravamo io e altre 3 ragazze. La divisa obbligatoria prevede una gonna nera al ginocchio, scarpe nere col tacco, camicia bianca e giacca nera, capelli sciolti.
Eravamo in quel momento sedute in piazza in attesa del nostro gruppo durante una pausa, erano circa le sei di pomeriggio di fine settembre.
Tutto questo per dire che le condizioni erano favorevoli: vestite con la divisa, circondate da gente, in piazza del Santo col sole estivo.
Un tizio ci si avvicina e inizia a fare domande alle quali io non rispondo, ma un’altra ragazza sì. “Cosa fate qui?” “come mai siete qua?” “da dove venite?”
A un certo punto la ragazza se ne va e rimaniamo in due. La mia collega era paralizzata dal terrore. Decido di prendere in mano la situazione e di mettere a frutto la mia esperienza di volontaria Hollaback: inizio a fargli domande io. Le stesse che aveva fatto a noi. Mi alzo e lo invito ad andarsene. Gli ho proprio detto “per favore ora se ne vada, arrivederci” anche perché stavo anche lavorando, non osavo permettermi di urlare o altro.
LUI MI PASSA UN BRACCIO ATTORNO ALLE SPALLE. Credevo di svenire, sinceramente. Invece l’ho spostato e gli ho ripetuto la frase di prima e se n’è andato.

In tutto questo io ho scoperto che posso anche non morire anche se sono terrorizzata, che l’altra ragazza era sconvolta e non avrebbe mai reagito così e che un signore vicino a noi ha assistito senza aiutare. Si è limitato a farmi i complimenti per il mio sangue freddo.

Non voglio trarre conclusioni, ci sono troppi “Ma” e troppi “se”. Lascio fare a voi.

Sono con te
28+

La storia di Chiara

Ho una tale rabbia e un disgusto in corpo che non riesco nemmeno a dormire. Ho bisogno di sfogarmi, condividendo questo spiacevole episodio su questo sito.
Io e delle mie amiche abbiamo deciso di trascorrere insieme una serata in un pub vicino al nostro paese, in cui vi era una festa della birra, con tanto di DJ. Le mie amiche hanno deciso di lasciare a casa i rispettivi fidanzati (io sono single) e questa avrebbe dovuto essere una serata tra sole donne. Una birretta veloce e poi ci gettiamo subito nella pista. La mia amica S. è una ragazza bellissima, di venticinque anni, ma minuta, mentre io sono abbastanza robusta e con un forte senso di protezione verso le mie amiche. Subito la mia attenzione ricade su un gruppo di uomini, palesemente ubriachi e attorno alla cinquantina, che comincia a gesticolare e fare apprezzamenti verso S. Inizialmente li ignoriamo e pensiamo solamente a ballare e divertirci. Dopo poco uno di questi cosiddetti uomini si avvicina a S., comincia a toccarla, abbracciarla e invitarla a ballare, e ovviamente lei si rifiuta. Al secondo no di S. e vedendo che l’uomo insisteva, sono intervenuta mettendomi in mezzo e facendogli capire di girare alla larga. Lui mi urla della lesbicona del ca**o e se ne torna dal branco. I loro sguardi sono sempre puntati su di noi, nonostante la musica alta riesco a capire dai loro gesti che non intendono mollare la presa. Uno di loro fa cadere per terra le nostre borse, e non appena mi chino a raccoglierle l’uomo di prima afferra S. e la trascina con sé, e il resto del gruppetto si fa cerchio attorno a loro, impedendomi di passare. Ho avuto una paura tremenda per S., e se F. non fosse riuscita a passare e a prendere S. non so cosa sarebbe successo. F. e S. hanno cominciato a dire che erano entrambe fidanzate, ma loro non vi credevano e hanno cominciato a volare insulti e spintoni. Per fortuna poco dopo sono arrivati i loro ragazzi, e abbiamo persino scoperto che uno del branco li conosceva. Sono impalliditi e, mentre prima ci ronzavano intorno, in quel momento sono spariti e ci giravano al largo.

Per fortuna, nonostante gli spaventi, a parte le spintonate che F. ha ricevuto per salvare S., non è successo nulla di grave. Ma questi atteggiamenti mi fanno schifo. Ignorare i rifiuti, fare branco, mettersi a difendere il molestatore, e cominciare ad alzare le mani. Non è possibile che un gruppo di amiche non possa uscire a divertirsi in tranquillità, senza aver bisogno di qualcuno che le protegga? Perché non possiamo essere libere di passare una serata tra donne senza aver paura di venire molestate in questo modo?

Ps. non credo di essere lesbica, ma a quanto pare schifare le molestie e gli schifosi tentativi maniacali di approccio di certi individui e cercare di aiutare un amica è sinonimo di portarsela a letto e quindi meritevole di insulti.

Sono con te
41+

La riflessione di Marianna: “Vorrei che tutte le ragazze non scrivessero più com’erano vestite quel giorno”

Vorrei scrivere una cosa a tutte le ragazze di Hollaback, a tutte quelle che scrivono, che leggono, e a tutte le altre.
Ho notato che, in quasi OGNI singola storia che ho letto, le ragazze, senza naturalmente nessuna malafede, hanno sempre descritto il modo in cui erano vestite.
La cultura del senso di colpa che affligge le donne, del “te lo sei cercata”, del “non uscire tardi da sola la sera e non vestirti da puttana” ci ha talmente stritolate che sentiamo il bisogno inconscio di giustificarci, scrivendo che eravamo vestite in modo sobrio, o sottolineando che, quando la molestia avvenne, era inverno, e non portavamo abiti succinti.
Vorrei che tutte le ragazze non scrivessero più com’erano vestite quel giorno.
E’ un fatto totalmente irrilevante, irrilevante quanto la data del giorno o cosa avevate mangiato per colazione.
Sappiamo che veniamo molestate in minigonna e con i jeans e la giacca, di sera tardi e in pieno giorno, per cui basta con le giustificazioni, noi non dobbiamo giustificarci più e con nessuno. Non dobbiamo spiegazioni.
Non è importante se io avevo il rossetto e un vestitino corto oppure una tuta da sub.
E’ importante SOLO la descrizione della molestia.
Tutto questo deve finire, e non è nostra la colpa.
Vorrei che lo capissero tutti gli uomini.

La storia di Daniela: molestie in centro a Napoli

Oggi camminavo col mio ragazzo e, cercando un certo negozio, siamo finiti a passare per una strada frequentata per la grande maggioranza da uomini.
Solitamente cerco di non farci caso, ma quegli uomini avevano sguardi affilati, quasi avessero scanner al posto degli occhi mi valutavano, si soffermavano a lungo su di me, ci soppesavano insistenti.
Ho sentito un paio di fischi. Il rumore di passi alle mie spalle mi innervosiva. Non potevo alzare lo sguardo, perché incrociandolo scattavano sorrisetti che in quel momento sembravano minacciosi, spaventosi.
Credo di essere impallidita, perché il mio fidanzato mi guardava un po’ preoccupato.
Mi sono sentita davvero come una pecora in passerella davanti ai lupi, la cui unica protezione é il cane pastore. Piccola, esitante, tremolante, passo dopo passo riflessa nelle pupille del predatore.
È davvero, davvero triste che al giorno d’oggi una donna debba sentirsi cosí.
Ed é forse ancora piú triste che io senta di dovermi giustificare specificando di non indossare abiti succinti o provocatori.
Societá, cosa mi hai fatto diventare?


Sono con te
30+

La storia di Giulia: “Rispondiamo, reagiamo, prendiamo coraggio. Questa è violenza.”

Sto pensando costantemente ai racconti che ho letto nell’ultimo anno sul sito di Hollaback Italia.

Due giorni in cui mi siedo in treno e due giorni in cui un uomo si siede in questo modo davanti a me e continua a toccarsi le parti basse. Da oggi ho deciso di prendere coraggio e iniziare a documentare tutto quello che mi accade. Mi sento pronta a organizzare la mia rabbia, e a trasformare quest’angoscia che mi assale ogni volta che subisco violenze verbali e psicologiche per le strade di questo Paese in qualcosa di utile anche per le altre donne.

Rispondiamo, reagiamo, prendiamo coraggio. Questa è violenza.

Sono con te
58+

La storia di Giulia: molestie in autobus a Torino

É un fatto successo due/tre anni fa ma, ahimè, è ancora tremendamente attuale. Tra l’altro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e convinto mio padre a regalarmi lo spray antiaggressione (era almeno la terza molestia sul bus in meno di 3 mesi).
Io e una mia amica ci diamo appuntamento sulla linea 68 della mia città, Torino, con lo scopo di prendere poi il pullman e di raggiungere il centro e fare quattro passi. Era estate, faceva un caldo asfissiante, per cui non era affatto strano che entrambe avessimo maniche corte e gambe scoperte ( io ero in calzoncini e t-shirt e lei in gonna e stivaletti, eravamo davvero il massimo della sobrietà ); appena salite, ci siamo sedute una di fronte all’altra, nei posti da 4. Dopo un paio di fermate salgono due uomini, giovani, che puzzavano di alcol in maniera devastante e, purtroppo, si siedono vicino a noi; inizialmente ci lanciano solo delle occhiate, noi li ignoriamo e ci stringiamo sui nostri posti, addossandoci ai finestrini. Poi iniziano a parlarci, indicano il mio tatuaggio sull’avambraccio e quelli della mia amica su polso e spalla, e iniziano a farci domande, cui noi non rispondiamo. Si fanno insistenti, chiedono dove li abbiamo fatti, ci dicono che sono belli, che siamo belle noi, le solite parole viscide. La mia amica, esasperata, dà un paio di risposte evasive per cercare di scrollarceli di dosso, ma è inutile: uno dei due avvolge lo schienale del mio sedile e fa per toccarmi le spalle e tirarmi verso di sè, mentre l’altro allunga la mano sulle cosce della mia amica. In un moto di rabbia, gli tiro un calcio sugli stinchi e, appena le porte si aprono, cogliamo l’occasione per scendere di corsa, prima che possano fare qualcosa.
La parte peggiore? Il signore anziano che, pur avendo seguito tutta la scena, non solo non ha mosso un dito (come il resto della gente sul pullman, strapieno) ma ha anche avuto la faccia tosta di dire “Eh, ve la siete cercata, bastava non rispondergli!”. Siamo atate ancora educate nel non prenderlo a parolacce, ma a dirgli, semplicemente “E se fosse successo a sua figlia? A sua nipote?”
Non é stata la prima molestia che ho ricevuto, e nemmeno la peggiore, eppure è quella che ricordo con più amarezza, perché se davvero ci fosse stata la nipote di quell’uomo, al nostro posto, probabilmente qualcun altro l’avrebbe fatta sentire in colpa per aver reagito.

Sono con te
33+

Molestie a Napoli: “NESSUNO, e dico, NESSUNO, ha cercato di aiutarmi”

Napoli, inizio giugno 2014.

Vivo a Napoli da tre anni ormai e devo essere sincera, mi è capitato molto di rado di essere disturbata o molestata, a parte qualche stupido in macchina di sera. Per me, che vivevo in un paesino dove non potevi neanche prendere il pullman a causa di tutte le macchine che si fermavano, era una grande conquista. E quelle rare volte che a Napoli ho avuto episodi del genere, me ne sono fatta una ragione, perché ormai per me è una cosa normale. Un giorno, però, ad inizio giugno 2014, mi è capitata la cosa più strana di tutte.

Non ricordo com’ero vestita, forse indossavo un pantalone lungo non attillato, di quelli che cadono larghi, leopardato con una canotta nera e arrivata a Piazza Cavour, a Napoli, mentre mi avviavo verso casa, un ragazzo su un motorino (che sono sicura di poter affermare che fosse lì per fatti suoi) inizia ad accostarsi a me e a dirmi cose strane del tipo “vieni con me, ti faccio lavorare, ti pago 500 euro se vieni con me” ai miei continui “NO” e “NOO, GRAZIE”, lui continua a seguirmi, sul motorino, e io cerco di accelerare il passo, continuando con le sue proposte di lavoro che non avevano niente di indecente o di sessuale, ma che sicuramente riguardavano quello.

Ci tengo a precisare che il luogo in cui è successo questo è un luogo affollato, siccome c’è la stazione della metropolitana e la fermata del pullman, ma NESSUNO, e dico, NESSUNO, ha cercato di aiutarmi. Sono quasi sicura che si fossero accorti di cosa succedesse perché alcune persone guardavano me e il ragazzo in modo strano, ma comunque non voglio essere malpensante e semplicemente preferisco dire che siccome camminavamo, nessuno sia riuscito a cogliere la nostra discussione. Nel frattempo lui continuava a dirmi “sei bellissima, vieni a lavorare con me”, e io continuavo a rispondere “NO!” e ormai iniziavo anche a spaventarmi, ma cercavo di non perdere la calma e di sembrare sicura, di fargli capire che non avrei ceduto. Per fortuna ho preso una stradina secondaria per tornare a casa, a senso unico e lui non poteva seguirmi. Da lì ho fatto una corsa verso casa per paura che potesse fare il giro e raggiungermi dall’altro lato. Per fortuna no.

In ogni caso, quando io sono salita per il violetto, lui ha anche sbuffato e detto una parolaccia in dialetto napoletano che preferisco non ripetere.

In tutto ciò, erano le 19.00 di sera, che in estate è pieno giorno.

Sono con te
43+

La storia di Tonia: “se un bambino a soli 10 anni se ne va in giro libero di toccare sederi, allora quando crescerà cosa potrà mai fare?”

Vivo in un paesino vicino Aversa e dal momento che Aversa è il punto d’incontro di ogni individuo, è mio solito uscirci nel fine settimana. Ciò che sto per scrivere mi è accaduto all’età di 14 anni circa. Una serata fra amiche, tranquilla. Che sarà mai? Mentre cercavo di infilarmi fra la folla per passare dall’altra parte della strada, sento che qualcuno mi tocca il sedere. Mi giro di scatto e vedo un bambino di circa 10 anni che scappa via guardandomi. Pensai di non dargli importanza, era un bambino e di certo in pochissimo tempo l’avrei perduto fra la folla. So che questa non è una storia che ha dell’importanza quanto altre che ho già letto qui, ma se un bambino a soli 10 anni se ne va in giro libero di toccare sederi, allora quando crescerà cosa potrà mai fare? E sono anche stanca del fatto che chiunque possa sentirsi libero di toccarmi il sedere a suo piacimento, perché sì, purtroppo non è la prima volta che succede. È così difficile tenere le mani a posto?

Sono con te
41+

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