La storia di Michela Murgia: “Quella volta che ho fatto il drag king”

Cinque anni fa a Roma ho partecipato a un laboratorio di drag king organizzato da una chiesa evangelica nell’ambito di un campo scuola per gay e transgender cristiani. Il drag king è una persona di sesso femminile che si sottopone a ore di trucco e travestimento per arrivare a ottenere un aspetto che la avvicini il più possibile a quello di un uomo. Gli scopi possono essere molti: il piacere di stupire, la voglia di esibirsi a uno spettacolo specifico con musiche, balli e canti, ma anche solo esprimersi diversamente per un giorno nella vita, magari andando a fare la spesa. Non è una cosa facile da fare: ci vogliono ore, esperienza, aiuto e moltissima pazienza: il risultato è realistico, non enfatico come la femminilità delle drag queen.

Io l’ho fatto perché in quell’anno abitavo a Roma e quella città mi stava seriamente mettendo alla prova come donna. Prima di trasferirmi in città avevo l’abitudine di vestirmi senza nascondere le mie curve, con abiti e scollature che corrispondevano al mio carattere esuberante. A Roma però vivevo a ridosso della stazione Ostiense e a determinate ore della sera o del pomeriggio i suoi dintorni erano posti molto meno sicuri del paese da dove provenivo. Quando li attraversavo mi sentivo addosso molti sguardi maschili, spesso accompagnati da commenti che mi spaventavano e mi frenavano dall’uscire. Non essendo una bellezza da far girare per strada, capivo che quelle attenzioni pesanti erano collegate esclusivamente al fatto che fossi una donna sola. Diverse volte avevo dovuto scoraggiare approcci diretti e volgari da parte di sconosciuti che mi avevano affiancata mentre camminavo per strada con le buste della spesa. Quando uscivo vivevo in un costante stato di allerta che gradualmente mi portò a cambiare abitudini anche nell’abbigliamento; rinunciai ai tacchi e ai vestiti attillati e optai per maglioni pesanti, pantaloni e scarpe da ginnastica. Prendevo più taxi (e allora non me li potevo permettere con leggerezza) e quando camminavo a piedi lo facevo sempre guardinga. Gli amici scherzavano sul fatto che la mia estetica fosse passata dalla bersagliera di De Sica a quella di un pescatore del Baltico.

Quando a Testaccio lessi l’avviso del laboratorio, obbedii a un impulso e mi iscrissi. Il mio essere etero inizialmente non facilitò l’integrazione con le altre, tutte lesbiche, che mi vivevano come un’infiltrata in un mondo non suo. Le mie ragioni per essere lì però le riguardavano, perchè la minaccia latente dello sguardo maschile non fa distinzioni di orientamento sessuale. Alla fine della sessione di travestimento avevo il seno chiuso in una fascia elastica comprimente, i capelli acconciati in foggia mascolina, i volumi del corpo camuffati strategicamente con cuscini sagomati ben aderenti e il viso con la barba, frutto di tre ore di colla cosmetica e peli finti fissati uno a uno con le pinzette: in quell’uomo barbuto e sovrappeso non mi avrebbe riconosciuta nemmeno mia madre. L’esito del laboratorio non era però quello di guardarci allo specchio. Le animatrici ci chiesero di concluderlo con l’esperienza di uscire e andare in giro per la città; poi saremmo tornate per raccontare le nostre sensazioni.

Era l’imbrunire e io me ne andai alla stazione Ostiense. Feci il sottopassaggio camminando lentamente. Davanti alla stazione mi fermai a leggere gli orari e mi guardai intorno. C’erano molti uomini sparsi nei paraggi. Vedevo due barboni che si preparavano alla notte, perdigiorno ciondolanti e gruppi di nordafricani che chiacchieravano. Vedevo passanti che andavano e venivano per i treni. La rapacità dei mesi precedenti non era percepibile, ma ero perfettamente in grado di capire il perché: nessuno degli uomini presenti guardava me. Nella mia apparenza di maschio ero invisibile ai loro occhi. Non costituendo un potenziale obiettivo sessuale, non ero in pericolo e lo percepivo con sollievo e incredulità. Avrei potuto passare la notte lì e il peggio che poteva succedermi era essere molestata da un tossico per una moneta. Rimasi lì due ore cambiando spesso posizione e cercando di mantenere un contegno virile, o almeno quello che credevo potesse passare per tale. Poi tornai alla sede del campo e raccontai cosa avevo vissuto, ascoltando esperienze analoghe anche tra le altre donne.

Quella sera compresi con chiarezza che gli uomini, in quanto uomini, la paura latente dell’essere donna non la possono comprendere veramente nemmeno mettendoci tutto l’impegno civile del mondo. L’assenza dello sguardo vorace di un altro su di te ti impedisce di capire la condizione costante di allerta che costringe una donna a temere a priori qualunque maschio sconosciuto (e a volte anche conosciuto). Non si tratta di un’allerta cosciente: è un istinto che matura molto presto e che ti porti appresso sempre, anche quando la minaccia non diventa concreta. Puoi descriverlo a chi ti ama, puoi cercare di spiegarlo al tuo compagno, ma se l’altro non lo ha provato si avvicinerà solo alla comprensione intellettuale di quell’ansia da preda, senza veramente coglierne la portata. La sensazione di sicurezza totale che io provai in quelle ore per me era straordinaria, ma per tutti i maschi del mio occidente è la norma. Puoi avere paura di essere derubato, ma non di essere toccato, violentato, insultato se rifiuti di starci o minacciato fisicamente perché non sei disponibile al commento pesante. Agli uomini che volessero provare a capire cosa significa quello che sto dicendo, consiglio la visione di questo filmato, che ringrazio Mila Spicola per avermi segnalato. E’ girato a Bruxelles e mette l’accento sul comportamento degli immigrati magrebini, ma nella mia esperienza la provenienza dell’uomo non aveva importanza: gli approcci del tipo che si vede nel video mi sono arrivati anche da italianissimi romani.

 

Questo è un post della scrittrice Michela Murgia tratto dal suo blog www.michelamurgia.com; qui il post originale. 

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