Perché ho parlato a mia figlia tredicenne delle molestie in strada

Questa è la traduzione di un articolo che ci ha molto colpite, pubblicato nel settembre del 2015 su RoleReboot.org. Ringraziamo l’incredibile badass Simona per la traduzione dall’inglese!

di Amie Newman

 

Mia figlia, A., ha appena compiuto 13 anni. Sin da neonata, ha sempre posseduto una forza pacata che sembrava fluttuare nei suoi occhi color nocciola mentre osservava il mondo attorno a lei. Una forza che, negli anni, è stata messa alla prova e si è trasformata in un senso del coraggio e in un potenziale straordinari. Di recente, da esordiente teenager, ha annunciato che è pronta ad avventurarsi da sola nella sua città per esplorarla in metro, autobus e treno (ovvero la metropolitana leggera, qui a Seattle), starsene in un bar a fare i compiti o semplicemente a leggere. Vuole l’indipendenza. Suo fratello sedicenne prende i mezzi pubblici, va al bar, ai concerti, in libreria e nei negozi di vestiti per conto proprio da quando aveva 12 anni e chiaramente la sua tranquillità nel fare tutto ciò (per non parlare delle distanze che percorre viaggiando, da solo!) l’ha contagiata.

Sono pronta per questa nuova tappa dell’adolescenza urbana. Ma, di fatto, questa fase nella vita dei ragazzini di città si scontra con l’introduzione di un’altra esperienza comune alle giovani della sua età: le molestie in strada. Voglio che conservi quel coraggio che in lei sembra così naturale come respirare, ma non la lascerò affrontare il mondo impreparata. Ricordo gli anni in cui A. era una bimba tenera e paffuta, sveglia e sorridente. Mia madre disse: “Il mondo è un posto pericoloso, soprattutto per le ragazze”. Ne fui frustrata. So che mia madre aveva buone intenzioni e aveva ragione. Il mondo può essere pericoloso per le ragazze. Ma non voglio che mia figlia si senta una vittima. Non voglio che vada alla scoperta del mondo intimorita. Tuttavia, non posso ignorare tutte quelle esperienze fin troppo diffuse tra donne e ragazze, se penso a cosa significhi per A. crescere più indipendente e affrontare il mondo da sola. La maggior parte delle giovani donne sperimentano le prime molestie in strada quando raggiungono la pubertà; in realtà, molte ragazze hanno quattordici anni o meno. Le molestie in strada, tristemente, sono un’esperienza condivisa da molti gruppi di persone emarginate. Secondo un recente studio sulle molestie sessuali, negli Stati Uniti più di due terzi delle donne sono state molestate in strada; questo include essere seguite, “palpeggiate o bloccate” da uno sconosciuto ed essere aggredite sessualmente. Questo mi manda su tutte le furie, pur sapendo che è utile mentre penso ad A. e alla sua indipendenza appena scoperta. Io per prima voglio essere serena rispetto al passaggio di mia figlia in questa nuova fase. Ha 13 anni, perché non dovrebbe reclamare questi spazi pubblici senza paura? Questa è la sua città. Queste vie le appartengono come a chiunque altro. La fermata dell’autobus dove aspettava ogni mattina, con il sole e con la pioggia, con le manine cicciottelle strette in quelle grandi del papà, prima di saltare sul pulmino affollato fino all’asilo. Il sentiero in cui camminavamo quando era più grandicella, sulla strada verso il parco giochi, dopo il campo da golf pubblico, con lei e mio figlio che facevano a gara per raccogliere le palline bianche che oltrepassavano le altissime reti attorno all’area dove si fa pratica. La via dove c’è il locale hipster, vicino al ristorante messicano preferito dalla nostra famiglia. Perché mai dovrebbe considerare la possibilità di essere molestata da sconosciuti mentre, come ogni adolescente, cammina lungo queste stesse strade o prende questi stessi autobus? Quando i miei figli furono abbastanza grandi, mio marito e io li istruimmo sull’autodifesa condividendo informazioni che fossero appropriate alla loro età. Tra tutti e due, fu mia figlia ad appassionarsi alla fisicità delle lezioni. Le piacque moltissimo. “Tiragli un calcio negli stinchi. Urla più forte che puoi”. Mio marito stava in piedi di fronte a lei – aveva 7 anni e gli arrivava poco sopra la vita – con i palmi delle mani rivolti all’esterno, all’altezza dell’addome. Le diceva: “Colpisci le mie mani più forte che puoi”. Lei stringeva forte le mani per fare i pugni e colpiva, con i riccioli che rimbalzavano a ogni colpo.

Ripenso a quando, una sera, bussai alla porta della camera di A., pochi giorni dopo il suo tredicesimo compleanno. Mi dice di entrare. È a letto, sta leggendo. Mi dice di saltare sulla “nuvola” insieme a lei. Chiamiamo il suo letto “la nuvola” perché è tutto bianco: lenzuola, piumino vaporoso, cuscini… annidati nell’angolo della stanza dove le finestre s’incontrano e il cielo fa da cornice al tutto. L’unica cosa non bianca è l’orsacchiotto color caramello buttato ai piedi del letto. Mi dice che l’indomani, dopo la scuola, vuole prendere l’autobus da sola così potrà fermarsi a fare i compiti in caffetteria. Sono immensamente orgogliosa che si senta a suo agio a starsene per conto proprio, pronta a fare affidamento su sé stessa. Ma mi si stringe il cuore. Le dico: “OK. Queste sono le tue strade”. Ma aggiungo: “Detesto doverti parlare di questo, ma lo faccio. Potresti essere molestata per strada, sull’autobus o in metro. Potresti incontrare uomini di età diverse che ti chiedono di sorridere. O che fanno commenti sul tuo corpo. Ragazzi della tua età o uomini adulti potrebbero urlarti cose che non vuoi sentire. Di chiunque si tratti, lascia perdere qualsiasi sconosciuto per strada. Non devi rispondere. Nemmeno se ti chiedono perché non rispondi o perché non ti fermi con loro. Puoi ignorarli. Puoi attraversare la strada o entrare in un negozio. Oppure tu puoi rispondere. Puoi dirgli di smetterla. Puoi gridargli di lasciarti in pace. Come preferisci”. Ma poi mi innervosisco. Mi vengono in mente alcune storie che hanno fatto notizia di recente. Una giovane donna di New York è stata accoltellata alla gola per aver respinto un uomo che la “assillava” per uscire con lui. Un’altra donna di Detroit è stata uccisa a colpi di pistola per aver rifiutato di dare il suo numero di telefono a un uomo, per strada. Non racconto queste storie a mia figlia, ma pesano sul mio cuore mentre parlo e valuto come darle consigli. Dal canto suo, e con mio grande sollievo, A. cita una scena da uno dei nostri programmi TV preferiti, “Broad City”. È la puntata in cui Abbi e Ilana rispondono sollevando il dito medio all’altezza dei loro “sorrisi” quando un uomo per le strade di New York dice loro quanto siano carine e che per questo “dovrebbero sorridere”. È divertente, sfrontato e probabilmente illustra alla perfezione la posizione di A. rispetto a tutta questa faccenda delle molestie in strada, in confronto a quello che ha rappresentato per me, da adolescente e anche dopo. A me, come alle altre ragazze, fu insegnato sin da piccole di dover essere notate più di ogni altra cosa. Ricordo che mentre camminavo per le strade della mia città pensavo: voglio essere invisibile, ma tu sei tenuto a notarmi e a pensare che sono bella. Mi hanno insegnato che è un “complimento” ricevere degli apprezzamenti da uomini o ragazzi in giro per strada. E che se rispondo, dovrei dire “Grazie” con un sorriso. Ma mia figlia ha la fortuna di poter conoscere le testimonianze, l’arte e l’attivismo di moltissime donne che fanno sentire la propria voce contro le molestie in strada: da quelle che scrivono sul magazine Rookie all’organizzazione Hollaback.

Le parlo del lavoro dell’artista Tatyana Fazlalizadeh, le cui opere trattano questo tema attraverso poster realizzati usando parole e immagini delle molte donne che lei intervista sulla loro esperienza di molestia in strada. I poster vengono poi appesi lungo le strade dove queste donne vivono e lavorano, offrendo così uno specchio “in tempo reale” di quello che le molestie rappresentano per le ragazze e le donne di colore, ogni giorno. Parliamo di come uomini e ragazzi che molestano non sono i padroni di queste strade. Non sono padroni del suo corpo, né del suo sorriso o dei suoi occhi. Le dico: i tuoi shorts (o i jeans, o vestiti o gonne) sono sul tuo corpo perché tu vuoi che lo siano. Se vuoi mostrare l’ombelico, questo non significa che ti aspetti di essere molestata da sconosciuti per strada. Non sei tenuta a essere carina con nessuno, come dichiara la blogger Erin McKean. Se vuoi coprire il tuo corpo sotto pantaloni larghi e una T-shirt, o indossare una maglia corta e aderente, quella è una tua scelta e non un invito a essere fischiata, insultata né a ricevere commenti. Le ricordo: se qualcuno ti molesta, reagisci nel modo che ti fa sentire più serena e più sicura, che sia a parole o cambiando lato della strada. Esprimi i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti attraverso l’arte. Scrivili. Educa le persone. Parla con i tuoi amici. Parla con me.

Quando mi rendo conto che ne ha abbastanza, le dico che le voglio bene e che sono emozionata per la sua avventura in autobus da sola, il giorno dopo. Ho paura che abbia la sensazione che la stia mandando in una zona di guerra, ma anche se è preoccupata non lo dà a vedere. Le do un bacio in fronte e le auguro buonanotte.

Voglio che lei – e tutte le ragazze adolescenti – sappiano che le molestie in strada non dipendono da loro: ma riguardano quei ragazzi e quegli uomini a cui la società ha insegnato che i corpi delle ragazze e delle donne sono fatti per essere messi in mostra e consumati pubblicamente. E a mia figlia voglio dire: Se qualcuno ti dice di sorridere “perché sei così carina”, ti autorizzo a rispondere in stile Broad City”.

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